Review: Il berretto a sonagli – La giara – Il piacere dell’onestà

Il berretto a sonagli - La giara - Il piacere dell'onestà
Il berretto a sonagli – La giara – Il piacere dell’onestà by Luigi Pirandello
My rating: 5 of 5 stars

Tre opere teatrali basate su quattro novelle. La prima, quella che apre la raccolta, ovvero “Il berretto a sonagli”, tratta dalle due novelle pirandelliane “La verità” e “Certi obblighi”, narra la vicenda di una moglie tradita che pensa di vendicarsi del tradimento del marito, tradimento consumato con la moglie di un povero scrivano, denunciando sia il marito fedifrago che l’amante. La vicenda, proprio quando sembra avviarsi verso la più naturale e giusta conclusione, conclusione che vedrà i due coniugi infedeli puniti per le loro infedeltà, subisce un’improvvisa sterzata. Questa sterzata è causata dalla necessità di evitare lo scandalo che rischia di derivare dalla sete di giustizia della moglie tradita. Per sanare la situazione la moglie tradita si trasforma da parte lesa, pur utilizzare un gergo giuridico, in persona incaricata di mettere una pezza e questa pezza sarà il dichiararsi pazza e farsi ricoverare per tre mesi in manicomio (o casa di salute che dir si voglia).
Il tema delle apparenze, di come cioè noi appariamo alle altre persone, è il tema portante anche dell’opera che chiude la raccolta, ovvero “Il piacere dell’onestà”, tratta dalla novella intitolata “Tirocinio”. Qui le apparenze da salvare sono riguardano una giovane donna, la quale, legata sentimentalmente ad un uomo sposato, viene data in moglie, attraverso una sorta di matrimonio combinato, ad un uomo dal passato non propriamente onesto né limpido. Questo matrimonio, come detto, dovrebbe, secondo quelle che sono le prime intenzioni, servire solo a salvaguardare la forma delle cose. Però quando al marito di comodo viene tesa una trappola tesa a far cadere la maschera dell’onestà che per tutti gli anni del matrimonio egli s’era scelto di vestire, ci sarà la svolta, clamorosa della vicenda. La giovane donna, ormai divenuta madre e di conseguenza non più amante ma totalmente madre sceglierà di seguire il proprio marito, ora non più solo di comodo ma ormai assurto al rango di marito ufficiale.
A fare da intermezzo tra queste due opere teatrali, di argomento serio e sviluppate su tre atti vi è un atto unico di stampo più giocoso: “La giara”, opera tratta dall’omonima novella. Qui protagonista è un uomo, padrone di una masseria con oliveto. Un giorno, in pieno tempo di raccolta delle olive il protagonista, uomo tuttaltro che conciliante, anzi attaccatissimo a quella che è, per una usare nuovamente la terminologia legale, la lettera della Legge, scopre che la giara nuova, acquistata poco tempo prima s’è rotta in un punto. Dopo aver sbraitato per un bel pezzo il fumino protagonista si fa convincere ad affidare l’opera di riparazione ad un artigiano specializzato nell’aggiustare questo tipo di recipienti. Questo peraltro bravo artigiano ha però un piccolo difetto: ha una gobba che gli impedisce, una volta entrato nella giara per applicarvi dei punti di sicurezza, di uscirne. A questo punto il protagonista si trova nel dilemma. Come risolvere la spinosa questione? Verso la fine il tutto sembra risolversi con un accordo tra il proprietario della giara, che si dice disposto a romperla per permettere al povero artigiano di uscirne e l’artigiano stesso che viene convinto a pagare una certa somma a titolo di indennizzo. Quando tutto sembra risolto l’artigiano cambia idea e, dopo essersi rifiutato di pagare la somma richiesta, si barrica all’interno della giara. Quando il proprietario del podere si ritira l’artigiano organizza, grazie alle dieci lire incassate per la riparazione ed assieme agli altri lavoranti una festa con tanto di canti. Questi canti (schiamazzi) indispettiscono oltre misura il proprietario del podere il quale, uscito su tutte le furie manda la giara con l’artigiano al suo interno a infrangersi contro una pianta. Risultato: la giara in pezzi e l’artigiano sano e salvo e portato in trionfo dai suoi compagni di festeggiamenti.
Una raccolta di opere per poter gustare, una volta di più, l’abilità di Pirandello di trarre dalle sue novelle delle opere teatrali che colpiscono i lettori e, anocr più direi, in quanto vederle rappresentate, specie se da compagnie composte da attori di talento, gli spettatori!

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Due novelle per un’opera teatrale

Un berretto a sonagli di verità e obblighi

Salve a tutti!

Edizione Oscar serie Teatro e Cinema

Contiene:
Il berretto a sonagli;
La giara;
Il piacere dell’onestà

Come sapete fin troppo bene io ho una passione a dir poco sconfinata per Luigi Pirandello e la sua opera. Al Genio di Girgenti ho dedicato, sia qui che altrove, vari interventi. Recensioni, commenti dai quali ho persino ricavato un paio di ebook su Amazon: uno inerente il mio commento a “Sei personaggi in cerca d’autore” ed il secondo una raccolta dei miei vari “pezzi pirandelliani”.

Stasera torno ad occuparmi di colui che è uno dei miei autori preferiti, autore al quale devo la fortuna dei miei orali di maturità, per commentare un’opera teatrale tra le più note di Luigi Pirandello: “Il berretto a sonagli“, appunto; berretto a sonagli che simboleggia qui la perfetta riconoscibilità, potremmo quasi dire la tangibilità, della pazzia.  Quest’opera teatrale in due atti è basata, sembra quasi una coincidenza, su non una ma bensì due novelle, entrambe riunite nella raccolta intitolata “Novelle per un anno“. Le due novelle s’intitolano rispettivamente “La verità” e “Certi obblighi“. Nella prima troviamo come protagonista un uomo, il signor Tararà (userò qui il solo soprannome per comodità), il quale deve rispondere, dinnanzi alla Corte d’Assise dell’omicidio della moglie che lo aveva tradito con un ricco uomo abitante nello stesso paese. Ne “La verità” il signor Tararà, davanti al Presidente della Corte, alla Giuria, agli avvocati e al pubblico, dice la verità, appunto,  suscitando, nel dirla, l’ilarità diffusa di quanti lo ascoltano. Persino il Presidente della Corte ad un certo punto cede al riso o, quantomeno, ad un sorriso. Questo perchè la verità, quando la si ascolta, suscita ilarità. La gente ride e pensa di colui che si prende la libertà di dirla: “E’ pazzo!”

Nella seconda novella, quella intitolata “Certi obblighi” il protagonista è un lampionaio il quale viene dileggiato dai compaesani per via del comportamento assai allegrottolicenzioso della moglie. Lui sopporta per parecchio fino a quando, un giorno, scoppia e decide di assolvere a quelli che sono i propri obblighi di marito offeso nell’onore e, sceso dall’ultimo lampione, se ne parte in direzione di casa propria convinto ormai a compiere una carneficina, ad ottenere una sanguinosa soddisfazione dello sfregio, anzi degli sfregi, sfregi e sberleffi, che i tradimenti della moglie gli hanno causato. Giunto a casa si avventa prima sulla moglie e quindi si mette alla forsennata ricerca dell’uomo col quale la moglie aveva consumato i propri tradimenti. Trovatolo e visto che si trattava del suo principale, un cavaliere, un uomo in vista, egli, dopo aver tirato un pugno in faccia alla moglie per aver costretto un così rispettabile uomo a rischiar la vita su di un cornicione, convince l’uomo ad andare cinque minuti nello sgabuzzino, perchè, come dice il protagonista, deve comunque salvare l’apparenza. Quindi, con il principale nello sgabuzzino egli va alla finestra vista strada per gridare ai curiosi che erano giunti fin lì con lui, che non aveva trovato nessuno e che, se non gli credevano, potevano pure salire a controllare. Però non c’era più nessuno. Il gruppo, già assottigliatosi, in quanto impaurito dalla furia dell’uomo, lungo il tragitto, si era dissolto completamente da quando lui era salito in casa.

Delle due novelle che vi ho presentato ne “Il berretto a sonagli” si ritrovano, presa dalla novella “Certi obblighi” la necessità di salvare la faccia dalle apparenze e dalla novella “La verità” invece viene presa quella che potremmo definire “l’inutilità (verso gli altri) del dire la verità“; verità che, come dicevo parlando della novella “La verità“, provoca in chi l’ascolta solo risate suscitando negli stessi ascoltatori la convinzione che colui il quale pronuncia tale verità sia, indiscutibilmente e irrimediabilmente “Pazzo! Pazzo da chiudere!“, come dice il signor Ciampa nell’opera teatrale. Tema comune alle due novelle riportato nell’opera teatrale è poi quello del tradimento del quale ottenere soddisfazione. Soddisfazione effettiva nella novella “La verità” ed invece solamente di facciata nella novella “Certi obblighi“.

Grazie a tutte e tutti voi per la pazienza e l’attenzione e arrivederci alla prossima!

Buonanotte e, come sempre, Buona lettura!

Con simpatia! 🙂

Sei personaggi in cerca d’autore

Quando i personaggi si dimostrano più veri delle persone reali

Sei personaggi in cerca d'autore teatroIn attesa di potermi rileggere il testo teatrale questa sera ho deciso di godermi nuovamente lo spettacolo teatrale, in dvd, del dramma “Sei personaggi in cerca d’autore” scritto da Luigi Pirandello; dramma che ebbi modo di vedere, per la prima volta, in teatro, al Teatro Carcano di Milano, quando frequentavo l’ultimo anno delle superiori e che poi, io acquistai, anni fa, allorquando uscirono in dvd alcuni spettacoli di Pirandello, in dvd appunto.

In un teatro non bene identificato e, del resto, poco importa di quale teatro, in particolare, si tratti, una compagnia, anche qui non ben identificata, si sta preparando a provare la commedia di Luigi Pirandello intitolata “Il giuoco delle parti”. Sul palcoscenico vanno in scena le piccole scenette della vita quotidiana di una compagnia di teatro, chi arriva in ritardo, chi deve ripassare le parti che faticano ad entrargli in testa, chi, con sufficienza, si pone a confronto con gli componenti della compagnia, e così via. Quando, dopo tutti gli intoppi, piccoli e grandi, la compagnia è ormai pronta a cominciare, anzi comincia, la prova della commedia pirandelliana ecco che sulla scena compaiono sei personaggi che paiono, o forse sono, sbucati dal nulla. Alla normale, quasi scontata direi, domanda del capocomico su chi siano, quello che tra i sei veste i panni del Padre rivela che essi sono personaggi. Sì, personaggi, “vivi e reali” ai quali l’autore, dopo aver dato loro la vita ideandoli, non ha però poi avuto il coraggio o la forza di permetter loro di mettere in scena il loro dramma personale.

Immaginatevi la sorpresa, l’ilarità in certi casi, della compagnia di attori a vedersi piombare lì, in scena, così, all’improvviso, quei sei strani figuri che dicono, anzi pretendono, di essere dei personaggi e di essere più veri e reali degli attori stessi. È infatti sempre il Padre, ad un certo punto, che, rivolto al capocomico poi assurto al rango di autore, dichiara che sì, è vero, loro, in quanto personaggi, creati da un autore, con un’esistenza prefissata, una vita stabilita e scritta sulla carta, sono più reali di qualunque persona reale, financo il loro autore, che gode in una vita che può cangiare di giorno in giorno.

I sei personaggi riescono ad intrigare con la propria vicenda il capocomico il quale decide di accettare il ruolo di loro autore e mette in scena, o meglio permette loro di mettere in scena, il dramma del quale essi sono portatori. E la storia comincia a dipanarsi e, nel corso del primo atto, fa la sua comparsa, una comparsa breve e fugace il settimo dei sei personaggi, quello tra loro che non è in cerca di un autore ma che è il motore di tutto il primo atto: Madama Pace, una donna che, dietro la rispettabile facciata di un negozietto di sartoria, nasconde, nel retrobottega, la realtà di una “casa equivoca”. Qui, nella stanza ubicata nel retrobottega del negozio di Madame Pace, si compie l’incontro, dopo tanti anni tra il Padre e la Figliastra; incontro che, per poco, proprio per pochissimo, non sfocia in qualcosa di molto più intimo. Dopo questo incontro il Padre accetta di riportare sotto il proprio tetto la Figliastra, la Madre, colei che fu sua moglie, e i due figlioletti nati anch’essi dal secondo matrimonio di lei. Questo improvviso piombare in casa di quei quattro “nuovi venuti” provoca la ribellione del Figlio Legittimo il quale, con sdegno, si rifiuta di insegnare la propria parte fino a che, costretto, non rivela quello a cui gli è capitato di assistere, e quello di cui è stato protagonista nel giardino della casa; il ritrovamento del corpo della sorellina annegata e il seguente suicidio del fratellino. Dopo un vibrante battibecco, per così dire, tra il Padre e colui che, nella finzione scenica dovrebbe vestirne i panni, nel quale il secondo, non credendo alla morte del ragazzino, urla “Finzione!” ed il Padre che di rimando urla “Ma quale finzione? Realtà!” la scena si chiude con i sei personaggi, o meglio quelli che dei sei personaggi sopravvivono, lasciano la scena e il capocomico che, dopo aver constatato che oramai si è fatto tardi per le prove, dice alla compagnia di tornare in serata e, dopo aver ordinato il “Buio in sala!”, lascia a sua volta il teatro. Sulla scena, ormai buia, il sipario si riapre sui sei personaggi, in ombra, che tornano, tutti, un’ultima volta alla ribalta per poi ritirarsi, a loro volta, dalla scena.

Copertina libro Sei personaggi in cerca d'autore

Il Genio e il Critico

Harold Bloom è senza alcun dubbio il più influente e quotato tra i critici letterari in America e nel Mondo. Famosi sono i suoi libri che si occupano dei vari ambiti della Letteratura e della Critica letteraria. In quello che è forse il suo più voluminoso, essendo un tomo di più di novecento pagine, lavoro, ossia il libro intitolato “Il genio“, sottotitolo “Il senso dell’eccellenza attraverso le vite di cento individui non comuni”, il grande critico letterario riserva uno spazio, o meglio un ritratto, al “Genio di Girgenti”, al secolo Luigi Pirandello.

Di Luigi Pirandello Harold Bloom prende in considerazione, in maniera particolare, nel suo ritratto l’attività di commediografo e drammaturgo.

Harold Bloom prende, a questo scopo, in considerazione due dei drammi forse più noti di Luigi Pirandello, ovvero “Sei personaggi in cerca d’autore” e  “Enrico IV“.

Tra questi due drammi poi Harold Bloom prende in esame, in maniera particolare, l'”Enrico IV“.

Questo perchè in “Enrico IV” il critico statunitense ravvisa un accostamento con un’opera del Bardo di Stratford-upon-Avon, al secolo William Shakespeare, suo particolare “pupillo”. Quest’opera shakespeariana è “Amleto“.

Un “Amleto” rivisto, per così dire, da Luigi Pirandello in chiave ibseniana.

Tornando, in conclusione, per un attimo sul primo dei due drammi pirandelliani presi in considerazione da Harold Bloom nel ritratto dedicato al “Genio di Girgenti”, ossia a “Sei personaggi in cerca d’autore“, il critico vede e credo a giusta ragione il personaggio più “vivo” della “compagnia” di personaggi reali piombati di peso nella finzione scenica della compagnia di teatranti intenti, si fa per dire, a provare “Il giuoco delle parti“, non tanto in uno dei “Sei personaggi in cerca d’autore” quanto, invece, nel settimo personaggio, l’unico del gruppo non in cerca d’autore. Questo personaggio che brilla in maniera particolare per il critico statunitense e la tenutaria del bordello nel quale il Padre arriva sul punto di avere un rapporto carnale con la Figliastra, rapporto evitato per il proverbiale pelo, ovvero Madame Pace, nome nel quale Bloom non può non ravvisare una certa ironia.

Personalmente non posso che gioire per il fatto che autori, i più svariati, si occupino di Luigi Pirandello. Lo facciano pure, come direbbe lo stesso Pirandello,  “Ciascuno a suo modo“.

Il fatto che, pur in maniere diverse e non sempre “canoniche”, tanti autori, ancora oggi, si trovino, anche solo per poco tempo, ad occuparsi di Luigi Pirandello non può che risultare di giovamento alla memoria del Grande Autore siciliano e della sua straordinaria opera!

Grazie infinite a tutte e tutti voi ed a presto!

Buona domenica!

Con simpatia!

La difesa della Cultura

Salve a tutti!

Questo, ve lo preannuncio sin d’ora, sarà un intervento amaro e, come aggettivo molto di moda in questi mesi, “indignato”.

Ieri sera ho scoperto una cosa che mi ha fatto domandare come possano i nostri governanti riempirsi la bocca con la parola Cultura. Il motivo? Chiacchierando in Rete con un’amica con la quale condivido la passione, o meglio l’amore, per Luigi Pirandello ho scoperto che numero a) tra le dismissioni effettuate “per far cassa” dal nostro Governo c’era anche il castello pirandelliano, per poterne sapere di più vi rimando all’articolo dettagliato del blog della mia nuova amica pirandelliana. I numeri b) e c) possono essere riuniti in un unico “pacco regalo”. Questo perchè entrambi questi punti hanno per protagonista un’incredibile, inconcepibile e, in senso squisitamente laico e senza alcun intento blasfemo, sacrilega, incuria. Infatti sia la casa romana del “Genio di Girgenti” sia quella agrigentina nel rione Caos sono trascurate in modo assurdo. Addirittura, come ho saputo dalla mia amica pirandelliana, nella casa siciliana c’erano e ci sono i topi! Queste bestioline che, come disse Sean Connery nella versione per il cinema del romanzo di Umberto EcoIl nome della rosa“, “amano i libri più dei bibliotecari“, chissà che lauti banchetti si saranno fatti, si staranno facendo e, salvo che non si provveda in qualche modo a debellarli, si faranno con gli appunti, i manoscritti e i libri del “maestro di Girgenti“.

Ad indignare è il fatto che sempre più spesso si sente parlare, a questo punto è chiaro siccome il sole a vanvera, di “Difesa della Cultura”, si sente dire che “la Cultura è una risorsa italiana“. Tutto vero e sacrosanto ma allora come mai le case di Pirandello sono lasciate così “allo sbando”? Non vale la pena custodirle con un po’ più di attenzione e di amore? Curando che non si rovinino, che i documenti in esse contenute non si rovinino e che i topi non vi scorrazzino a loro piacimento?

Speriamo che il prossimo Onorevole Ministro al quale spetterà il Dicastero che si occupa della Cultura e dei Beni Culturali sappia farsi carico della difesa e della protezione di quelli che sono, a tutti gli effetti e a pieno titolo, monumenti da difendere e tutelare. Che siano le case di Pirandello come di qualunque altro membro effettivo della Cultura Italiana, quella che è giusto e doveroso scrivere con la maiuscola! In questo modo sì che potremo tornare la Culla della Cultura che per tanti anni siamo orgogliosamente stati! Perchè la Cultura va tutelata e difesa e non usata per farsi belli e poi dimenticata in un cassetto a prendere polvere!

Grazie a tutte e tutti voi per l’attenzione e la pazienza e scusate ancora per lo sfogo!

Arrivederci alla prossima!

Buona notte e Buon fine settimana!

Con simpatia!

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