Spazio al personaggio… Eleonora Bertani e Bianca Restori

Isabella Grassi intervista Eleonora Bertani e Bianca Restori

Salve a tutti!

In questa domenica la nostra preziosissima collaboratrice Isabella Grassi intervista Eleonora Bertani e Bianca Restori riguardo al loro ciclo d’incontri denominato “Dialoghi #Selfiemade”.

Cedo quindi la parola e lo spazio a Isabella Grassi e alle sue due graditissime ospiti:

Spazio al personaggio, una piccola incursione nel mondo della cultura, del teatro, dello sport, della musica e di quanto ci rende piacevole la vita, a cura di Isabella Grassi.

Oggi voglio presentarvi non una bensì due persone, e non un artista, un cantante, un musicista o uno scrittore, bensì due ragazze di liceo, Eleonora Bertani e Bianca Restori, che grazie ad una libraia in gamba Rossella della libreria Mondolibri, Mondadori Point di Parma, hanno scelto ed avuto la possibilità di fare una esperienza diversa dal punto di vista formativo ed allo stesso tempo valida per l’alternanza scuola lavoro.

E’ nato così il ciclo di incontri Dialoghi #Selfiemade, che giunge ora al suo secondo appuntamento.

DIALOGHI #SELFIEMADE

MENZOGNA, VIOLENZA & CO

SECONDO APPUNTAMENTO 

30 Maggio 2017 ore 17:00

Libreria Mondolibri – Mondadori Point

B.go Regale 1 – Parma

Dibattito a cura di Eleonora Bertani e Bianca Restori sul tema: Menzogna, Violenza & Co.

Il 30 Maggio alle 17:00 è la data fissata per il secondo incontro su tematiche per ragazzi, ideata e condotta da due liceali Bianca ed Eleonora.

La rassegna che si prefigge di affrontare varie problematiche del mondo giovanile, si sviluppa anche in questa occasione con la forma del dibattito le due ragazze si contenderanno le opposte situazione che portano a contraddistinguere le tematiche a seconda che siano viste dal punto di vista della vittima o del carnefice.

L’argomento scelto è la Menzogna, la Violenza & Co e si svilupperà quindi sia dal punto di vista di chi la subisce e di chi la compie.

Nel subire:

difesa personale: come violenza autolesionismo, anoressia/bulimia come menzogna auto inflitta

necessità: di credere ad una menzogna o di subire una violenza per proteggere qualcun altro

Nel compiere: 

difesa personale: come violenza l’attacco all’altro, la violenza gratuita, come menzogna l’inconsapevolezza e l’ignoranza

Necessità: come sfogo ed autodifesa per la violenza come bisogno di mentire per la menzogna

Vi è poi un terzo punto in comune alle due tematiche che è rappresentato da INTERNET

Per il subire: amplificazione della menzogna sociale e cyber bullismo

Per il compiere: come maschera e strumento

Per parlarvi più approfonditamente di questo appuntamento ho intervistato per voi le due ragazze, per raccogliere le loro impressioni e fare insieme un primo resoconto anche sulla base di cosa hanno acquisito dal primo evento.

Mi volete descrivere le vostre emozioni nell’affrontare tematiche di questa importanza?

Risponde Eleonora: partendo dal fatto che queste tematiche sono state scelte da noi, nonostante sappiamo benissimo che di molte di esse in realtà se ne parla anche troppo, la cosa è però voluta, perché chi ne parla nella maggior parte dei casi lo fa per cercare di diffondere il proprio pensiero personale e per far si che tutti lo seguano: una sorta di indottrinamento. Ciò che noi cerchiamo è molto diverso, noi miriamo infatti a far scorrere liberi i pensieri e le opinioni di tutti perché non ci sono opinioni sbagliate, al massimo ci può essere supponenza, noi quindi esattamente come il Socrate che è stato scelto per l’immagine nella locandina, puntiamo non a diffondere delle idee ma a farle uscirle. Di conseguenza se mi chiedete cosa provo a parlare liberamente davanti ad un gruppo di persone, nella maggior parte mie coetanee, la risposta è molto semplice: esattamente quello che si prova quando parli con il tuo miglior amico.

Risponde Bianca: Sinceramente, sono molto entusiasta di aver avuto questa opportunità di trattare di tali tematiche a noi attuali attraverso i libri. Dal momento che i temi da noi affrontati sono pluritrattati, facilmente si può cadere nella banalità, proprio per questo ritengo che questo progetto sia stata un’ottima occasione offerta a me e a Eleonora per metterci alla prova e per maturare. 

Nell’appuntamento scorso avevate parlato dell’amore, ora affrontate un tema diametralmente opposto, in quanto sicuramente in entrambi gli avversi campi gli elementi sono negativi. Siete riuscite a trovare ugualmente aspetti positivi?

Eleonora: Violenza e Menzogna sono entrambe etichettate come negative, ma ti chiedo: se ti dicessi che il significato etimologico di menzogna o comunque di mentire equivale anche al verbo immaginare, mi diresti ancora che essa ha solo lati negativi? Quel che voglio dire è che nel discorso che andremo a fare non staremo a dire: questo è giusto, questo è sbagliato, questo è positivo, questo è negativo. Lo scopo del futuro incontro sarà la speculazione su ciò che spinge un individuo a compiere un’azione “negativa”. Proprio analizzandola negatività si andrà a scoprire la positività. E’ un po’ come un’alternarsi dei punti di vista, che attualmente va anche di moda, visto l’imperversare di film dal punto di vista dei cattivi. Non mi venite a dire che nel film “Maleficent” non stavate dalla parte di Malefica o che in “Suicide Squad” non tifavate per Harley Quinn? Mentre per quanto riguarda la violenza si cercherà di indagare sulla mentalità di chi la compie ma senza puntare il dito, perché ripeto il nostro scopo non è quello di decidere cosa sia giusto o cosa sia sbagliato, noi puntiamo al dialogo faccia a faccia senza maschere, al far uscire fuori le varie personalità senza giudizi, perché come diceva Aristotele la saggezza è riuscire a trovare il giusto mezzo perché non è tutto bianco e nero.

Bianca: Nello scorso incontro, infatti, abbiamo parlato del tema dell’amore in tutte le sue sfaccettature. Nonostante i diversi elementi negativi, almeno in parte, credo che siamo riuscite a far emergere anche quegli aspetti positivi che caratterizzano la sublimità di tale sentimento. Se ci si sofferma sulla parola “amore” sembra si sia già detto di tutto, dalle definizioni retoriche, romantiche, ciniche, o semplicemente originali; la stessa parola amore da tempo si presta a mille interpretazioni perché è utilizzata per esprimere una vasta gamma di sentimenti che possono anche non avere quasi nulla in comune. Da una parte è molto più facile trovarvi in questo sentimento dei lati negativi, infatti spesso molte persone definiscono l’amore come un sentimento irrazionale, dall’altra parte è talmente soggettivo,che non sarà mai uguale per tutti, ma ciò che lo accomuna è quel battito nel cuore che non puoi controllare.

L’amore riempie le nostre giornate, ci fa gioire, ci fa piangere, ci fa disperare, ma sicuramente senza amore non si può vivere. E come disse Ludwig van Beethoven, compositore tedesco: “L’amore chiede tutto, ed ha il diritto di farlo”. 

Nda: Interessante come su questa domanda abbiano dato risposte così diverse, non solo come contenuto. Mentre Eleonora si è concentrata sul secondo incontro, Bianca ha preferito porre l’accento sul primo. D’altronde sono o non sono dialoghi?

Il punto in comune da voi affrontato per entrambi i temi è Internet. Il mondo dei social è un mondo che interessa principalmente la vostra generazione, che è la prima ad esserci nata ed averne quindi subito il suo potere, senza alcun mezzo di paragone. Ritenete che anche questo strumento nella vostra tematica possa avere entrambe le valenze: positiva e negativa?

Eleonora: Personalmente io ritengo che Internet sia un po’ un’arma a doppio taglio, può farti acquistare fama ed allo stesso tempo farti precipitare nel baratro, a seconda dell’uso che ne si fa. 

E’ un qualcosa di molto potente che proprio per questo andrebbe usato con cautela, ma può diventare anche una buona difesa oltre che un tremendo attacco. Quindi la risposta è si: analizzeremo entrambi i casi.

Bianca: Tornando al tema già affrontato nello scorso incontro,cioè l’amore,bisogna tenere a mente che la tecnologia nel corso degli anni ha rivoluzionato molti nostri comportamenti sopratutto quelli di noi giovani, che ci siamo cresciuti a stretto contatto.

L’amore di un tempo quello descritto nelle poesie, nei romanzi e sonetti e canti, al giorno d’oggi non esiste più; purtroppo ormai succede quasi tutto dietro uno schermo, o una fotografia. 

Le conoscenze su Facebook, Lovoo, Badoo o su altri social network, non lasciano più spazio alle azioni romantiche e cortesi di un tempo. Internet perciò anche in campo amoroso può avere valenze sia positive sia negative; da una parte il nascondersi dietro ad uno schermo sopratutto per le persone piu timide si presenta come una scappatoia per superare la mancanza di fiducia in se stessi, e quindi permette loro di apparire più estroversi. 

Se ci si sofferma in modo approssimativo sull’uso di internet viene spontaneo definirlo in modo positivo, infatti grazie alle nuove tecnologie l’uomo è stato capace di facilitare la propria vita. In modo particolare tra noi giovani, che siamo continuamente in contatto con i nuovi mezzi. Internet ha caratterizzato una svolta importante nella nostra quotidianità, permettendoci di mantenere relazioni a distanza, di cercare informazioni in un minimo lasso di tempo e ad avere tutto sottomano e pronto ad un solo “click”.

D’altra parte ci sono anche aspetti negativi poiché con l’avvento dei nuovi mezzi di comunicazione/social media la possibilità di crearsi maschere utili all’occultamento della nostra persona è come se ci venisse servita su un piatto d’argento, al punto che raramente abbiamo a che fare con la vera essenza delle persone, ma più frequentemente purtroppo con la loro apparenza. 

A questo proposito vorrei citare una frase di Pirandello: “Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti”. 

L’era di internet, a questo punto, in cui ci troviamo ha generato un nuovo tipo di maschera :quella virtuale. 

A mio parere come molte altre cose lo strumento di internet può avere due facce della stessa medaglia in base all’uso che se ne fa.

Perché i ragazzi dovrebbero venire a sentirvi?

Eleonora: Possono farlo per qualsiasi motivo: per curiosità o per noia, ma quello in cui noi speriamo è che sia fondamentalmente per voglia di parlare, prendere posizione ed esprimere una propria idea, specialmente se tale idea è distaccata da quello che si sente solitamente su questi temi. 

Perché purtroppo si dice che gli adolescenti non abbiamo sogni, desideri, obiettivi, ma la verità è che si auto penalizzano da soli tenendoseli dentro per paura di essere giudicati perché magari, questi loro sogni sono molto diversi da ciò che viene etichettato come normalità. In questo modo si arrendono senza nemmeno provarci, mentendo a sé stessi quando alla domanda “Cosa vuoi fare da grande?” rispondono: “Boh…” Il nostro è un grido all’autostima.

Bianca: Secondo il mio parere questi incontri sono delle preziose opportunità, soprattutto per noi giovani per approcciarsi alla lettura dei libri, e per imparare a dialogare con i coetanei di persona, ascoltando e offrendo il proprio punto di vista. 

Questi incontri, infatti,non si presentano come delle lezioni frontali alle quali siamo abituati fin da giovane età a scuola, ma permettono a ciascuno di noi di esprimere la propria opinione senza sentirsi giudicati essendo tra pari e coetanei. 

Un ragazzo, quindi, partecipando avrebbe l’occasione di poter parlare di temi attuali , di cui difficilmente si parla con i genitori o con persone adulte, o se lo si fa, spesso se ne discute in modo generico poiché si è intimoriti dalle figure di riferimento, sapendo che hanno più conoscenze di noi e maggiori esperienze nei diversi campi. Per questo motivo invito i miei coetanei a venire a sentire almeno un incontro con molta serenità , perchè non teniamo lezioni pensando di sapere tutto, anzi ogni giorno c’è sempre qualcosa da imparare, e la cosa più importante come disse Socrate : “Saggio è colui che sa di non sapere” .

Sarà interessante scoprire come queste due studentesse porteranno avanti questo impegno, come lo svilupperanno in questo e nei prossimi incontri.

Durante il dibattito verranno fatte, sempre ad opera delle due protagoniste, brevi letture tratte dai romanzi che verranno analizzati e dei quali questa volta non vi do alcuna anticipazione.

Partecipate numerosi!

Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/1681132095523867/?fref=ts

Isabella Grassi

Intervista con l’autore… Maurizio Blini

Isabella Grassi intervista per noi Maurizio Blini

Salve a tutti!
Rabbia senza volto di Maurizio Blini

Oggi la nostra bravissima inviata dalle terre parmensi Isabella Grassi intervista per noi Maurizio Blini, autore del romanzo “Rabbia senza volto” edito da Golem Edizioni.

Diamo tutti il nostro più caloroso benvenuto a Maurizio Blini:

INTERVISTA CON L’AUTORE.

Oggi ho intervistato per voi Maurizio Blini, ex poliziotto, torinese e co-fondatore dell’associazione di scrittori subalpini Torinoir.it.

Vi parlerò della sua ultima opera “Rabbia senza volto”, (Golem Edizioni, Settembre 2016), con il Vice Questore Alessandro Meucci impegnato in questa nuova avventura.

Io ho avuto modo di incontrare l’autore durante la rassegna 2016 che si è tenuta a Langhirano dedicata ai gialli ed ai polizieschi, creata e pensata da Gigi Notari, dove ho avuto l’onore di presentare il romanzo Il Grisbì di Giovanni Bertani, e dove spero di tornare ancora, magari anche come lettrice di questo ed altri romanzi.

Diamo ora spazio all’intervista

Si descriva in tre parole.

Normalmente, quando devo descrivere o raccontare me stesso, gioco con le parole. Nel mio sito ho sintetizzato il mio essere come cavaliere errante, apprendista stregone e funambolo dell’arte.

Cosa l’ha spinta a scrivere?

Un’esigenza vera e propria che risale alla mia giovinezza. Nasco infatti come autore di canzoni. Il mio antico sogno era quello di vivere di musica e, in quel periodo, in piena generazione di cantautori, i testi erano davvero importanti. Poi, nel tempo, ho deciso di liberare quelle parole dai vincoli della metrica e della prosa. Le storie che raccontavo nelle mie canzoni si sono così trasformate in racconti. E poi in romanzi.

Descriva i momenti che dedica alla scrittura e come si inseriscono nella quotidianità.

Scrivo quando ne ho voglia. Sono piuttosto pigro in questo. Non ho un metodo, in questo sono decisamente anarchico. Diciamo che mi lascio guidare dall’istinto. Le idee, le ispirazioni, spesso ti cadono addosso quando meno te le aspetti e devi avere la capacità di trattenerle, elaborarle e poi scriverle. Momenti magici spesso frutto di strane alchimie. Una sorta di gioia mista a un senso di liberazione. In sintesi, molto meglio che una seduta dallo psicanalista.

Durante la scrittura del suo romanzo come ha creato i suoi Personaggi e l’Ambientazione? Si è rifatto a esperienze personali direttamente?

Rabbia senza volto, Golem Editore, è la mia nona pubblicazione e i personaggi principali, Alessandro Meucci e Maurizio Vivaldi sopravvivono dal mio primo libro. Sono divenuti seriali e proprio per questo molto amati da chi mi segue. Le loro vite personali, i loro limiti, paure, contraddizioni, si intrecciano con le indagini più disparate in una sorta di rincorsa tra l’intimismo, l’azione e la ricerca della verità. Le ambientazioni sono sempre legate alla mia città, Torino, che nelle storie assume un ruolo importante quanto una protagonista. La descrivo nei suoi meandri più oscuri ma anche nelle sue bellezze e specificità. Torino è una location di prim’ordine per un giallo o noir. Mi è capitato comunque negli anni di fare delle escursioni nell’astigiano, altra zona del Piemonte che conosco molto bene. Così facendo ho inserito nei miei romanzi anche quello strano rapporto di complicità che contraddistingue le grandi città con la provincia. Gran parte del mio lavoro è frutto di esperienze personali e di conoscenze approfondite di fatti e luoghi.

Come descriverebbe la sua tecnica di scrittura?

Quando si scrive non si pensa mai alla tecnica. Le parole devono scorrere, avere un senso logico, le storie e i personaggi devono essere credibili e mostrare al lettore anche i lati oscuri o meno nobili, se vogliamo. Mi riferisco alla debolezze umane. Devono trasmettere emozioni. E ogni scrittore ha il suo modo di approcciarsi con la pagina bianca. Conosco amici che si alzano al mattino presto tutti i giorni e scrivono come se questo fosse veramente il loro lavoro. Altri che invece, come me, non seguono cadenze e vivono le loro storie con tempi dilatati. Scrittura in questo è libertà e non tecnica. Poi esistono i modi di porsi al pubblico. La prima persona, la terza persona, il presente, il passato prossimo. Anche in questo ognuno segue il suo istinto. Una cosa che forse mi caratterizza è l’uso di storie diverse che si intersecano, si superano, si scontrano e a volte si confondono.

Descriva in tre parole il libro o il personaggio principale.

Intimo, commovente, profondo.

Perché si dovrebbe scegliere di leggere il suo romanzo?

Chi mi segue da anni ormai aspetta il mio nuovo romanzo perché si è affezionato ai personaggi e alle loro storie strampalate mentre i nuovi lettori si approcciano a me per curiosità, per sentito dire o semplicemente perché si fidano delle mie cosiddette credenziali. Perché sceglierlo? Beh, io solitamente non mi lascio rapire facilmente dalle troppe pubblicità o dai consigli degli esperti. Ho l’abitudine, anzi, di visitare le bancarelle dell’usato e scoprire spesso delle rare perle di bellezza anche tra i meno noti. Un’occhiata alla copertina, senza alcun dubbio, che ritengo il biglietto da visita dell’opera. Nel nostro caso abbiamo una bellissima fotografia del grande artista Franco Giaccone (francogiaccone.com) che ritrae il volto del cadavere di una giovane ragazza immersa nel fiume (Serena Sciandra). Beh, l’impatto emotivo è forte. Si va oltre leggendo la quarta di copertina dove si intuisce a cosa andremo incontro e infine una sfogliata veloce. Un pizzico di intuito e il gioco è fatto. Io, almeno i libri li acquisto anche così. (e non vi nascondo che li annuso pure…)

Perché un romanzo di genere?

Ho un passato ingombrante. Sono stato un poliziotto per oltre trent’anni e mi è parso naturale scrivere di ciò che conoscevo meglio. Mi sembrava la cosa più credibile da fare, anche se nel corso di questi anni mi sono anche concesso a un libro su terrorismo scritto con Gianni Fontana  edito sempre da Golem, Figli di Vanni. Ma, anche in questo caso, il mio bagaglio culturale, storico e professionale mi hanno aiutato considerevolmente.

Faccia una breve descrizione della sua opera, che non sia meramente riassuntiva.

Non amo descrivere i miei romanzi perché i gialli devono essere letti senza contaminazioni o condizionamenti di sorta. Tuttavia posso dire che anche in questo caso le storie prevalenti sono tre. Un’ indagine difficile che parte da un cadavere rinvenuto lungo il fiume Po, e in cui il capo della sezione omicidi di Torino, Alessandro Meucci, ha a che fare con un misterioso omicida,  le vicissitudini del suo migliore amico Maurizio Vivaldi, anche lui ex poliziotto e investigatore privato e, infine, e questa è la novità, le peripezie dell’equipaggio di una volante a Torino, la volante 9 in zona Mirafiori, il cui equipaggio unisce un poliziotto all’antica, delle vecchia guardia e un giovane dalle origini lontane, giapponese di terza generazione. Uno scontro culturale e professionale all’interno di un abitacolo che diviene ben presto il loro piccolo mondo in cui discutere, litigare e conoscersi a fondo sino a diventare amici per la pelle.

Bene, tutte queste storie apparentemente distanti tra loro troveranno punti di convergenza e si uniranno in un magico amplesso finale nelle ultime pagine del libro. Con un inevitabile colpo di scena, come nelle migliori occasioni.

Cosa pensa che la lettura del romanzo lasci al lettore?

Rabbia senza volto confonde, commuove, irrita e appassiona. Il lettore si immedesima nelle storie con empatia e passione. Come scritto nelle ultime righe di copertina: un romanzo dalle tinte forti e dalle commoventi profondità dell’animo umano di fronte alla fatalità e al destino.

Salutato l’autore, vi presento ora il romanzo.

“Rabbia senza volto”

Maurizio Blini

Golem Edizioni -2016

* * *

E’ un romanzo insolito quello di Maurizio, e la quarta di copertina invece di essere meramente narrativa, riporta un dialogo che catapulta immediatamente il lettore o meglio il potenziale lettore nel fatto: la scoperta del primo cadavere.

Quello che in particolare attira e colpisce è la battuta finale: “Come puoi vedere, è questa la cosa strana. Uomo, bianco, apparente età cinquant’anni, 80 chilogrammi circa, sembra letteralmente sbranato.”

La copertina con la foto di una ragazza completamente immersa nell’acqua, su fondo nero, il titolo “Rabbia senza volto”, e queste poche righe ecco che l’ambientazione porta subito alla mente un contorno molto inquietante, per non dire sovrumano, animalesco.

Un libro però va aperto, sfogliato, annusato, vanno scorse le prime pagine e solo quando si sono esaurite queste operazioni se ne può affrontare la lettura, e mi perdonino gli amanti degli e-book se non li capisco, non sanno cosa si perdono nel non affrontare questi preliminari.

La storia inizia a pag 7, il titolo è molto pragmatico “Uno”, segue la data.

Questo semplice schema si ripeterà per tutto il libro che si snoderà in 72 capitoli, per un arco temporale di quattro mesi, per circa duecento pagine di romanzo.

I numeri in questa storia sono importanti, scandiscono infatti non solo il tempo, in quanto lo scrittore ci comunica sempre giorno ed ora, ma danno veramente il senso dello scorrere, la cadenza, il ritmo.

Volante 9, turno 7/13 oppure l’orario di spedizione delle mail, sono dei semplici esempi.

Sono gli agganci che lo scrittore da al lettore  per farlo entrare nella narrazione.

Il romanzo infatti è in prima persona, ma l’io narrante cambia.

Volete sapere qualcosa di più della trama?

Trattandosi di un giallo non posso svelarvi troppo, si svolge a Torino e i luoghi vengono accuratamente descritti, fanno parte di esso.

L’indagine è incrociata, e sono diversi i punti di vista analizzati.

Al lettore vengono forniti tutti gli indizi e l’intreccio si dipana man mano che i dubbi vengono risolti.

L’ambiente cittadino, notturno, gli intrighi ed i risvolti politico-economico mi sono apparsi strani avendone affrontato la lettura sulle spiagge dell’Isola d’Elba, però devo dire che mi ha appassionato e mi ha fatto venire voglia di leggere anche gli altri romanzi di Maurizio, che spero e mi auguro di rivedere di persona.

Non mi resta che augurarvi una Buona lettura.   

                                        Isabella Grassi  

Una chiacchierata con Stefano Labbia

Stefano Labbia torna tra noi per una nuova chiacchierata

Salve a tutti!

Oggi sono felicissimo di ridare il benvenuto tra noi a una vecchia e graditissima conoscenza: Stefano Labbia, il quale ha deciso di tornare tra noi per parlarci, tra le altre cose, della sua nuova “fatica” intitolata “I Giardini Incantati“, opera, edita da Talos Edizioni che i più assidui frequentatori di questo blog ricorderanno di aver vista presentata qui a inizio marzo.

Ritratto di Stefano Labbia

Ora è tempo di chiudere questi preamboli e di dare il nostro più caldo benvenuto a Stefano Labbia:

 

Salve Stefano! Innanzitutto ben ritrovato! Come vanno le cose?

Salve Riccardo! È sempre un piacere! Direi che le cose vanno abbastanza bene! Molti progetti in corso sia in Italia che all’estero!

Cosa puoi raccontarci della tua nuova opera?

I Giardini Incantati” è un luogo della mente, un punto d’incontro del mio vissuto che ho reso pubblico con la voglia di condividere emozioni, sensazioni e sentimenti che hanno caratterizzato questi ultimi anni di vita. Un percorso privato che diviene pubblico non solo perché dato alle stampe ma perché finiamo tutti per provare le sensazioni che ho tentato di concentrare all’interno della silloge poetica in questione: amore, rabbia, vita.

In che cosa differisce da “Gli orari del cuore” e in cosa, invece, risulta simile?

Credo che l’unico punto in comune tra le due raccolte sia l’autore… “Gli Orari del Cuore” è la summa delle esperienze, delle emozioni di un adolescente che si avvia verso la maturità. “I Giardini Incantati“, invece, è vita vera. Non idealizzata, sperata o figlia della gioventù.

A che tipo di lettore la consiglieresti?

A coloro che credono ancora nella verità. A coloro che amano. Che soffrono. Che vivono.

Hai altri progetti in embrione dei quali vuoi farci partecipi?

Come dicevo, molti i progetti in via di sviluppo sia in Italia che all’estero! Una serie che ho scritto (un teen drama molto molto particolare) è stata oggetto di interesse da parte di due grandi Broadcast inglesi… speriamo di riuscire a produrre il pilota a breve per mandarlo loro in visione. Sto parlando per questo con alcune case di produzione estere. Poi il mio primo romanzo per cui ho ricevuto molte proposte anche da case editrici “quotate”… la mia prima graphic novel originale che sarà pubblicata da un editore giovane ma caparbio e ancora molto, molto altro.

Grazie infinite per la squisita cortesia e auguri per tutto!

Spazio al personaggio… The Easy Action

Nuova incursione della nostra Isabella Grassi nel mondo della cultura in tutti i suoi aspetti

Salve a tutti!

In questa domenica sera Vi presento la nuova puntata della rubrica “Spazio al personaggio”, curata dalla nostra impareggiabile Isabella Grassi. Ospite di questa puntata è il gruppo dei The Easy Action ai quali vi invito a dare il vostro piùpazio al personaggio, una piccola incursione nel mondo della cultura, del teatro, dello sport, della musica e di quanto ci rende piacevole la vita, a cura di Isabella Grassi.

Thev Easy Action

Spazio al personaggio, una piccola incursione nel mondo della cultura, del teatro, dello sport, della musica e di quanto ci rende piacevole la vita, a cura di Isabella Grassi.

Continua il mio viaggio nel mondo della musica, ma con un cambiamento di genere: il rock, ma un rock assai particolare, per il quale avremo un gruppo a fare da testimonial: The Easy Action.

Ma prima di intervistare i protagonisti di questo gruppo, permettetemi di parlarvene in chiave personale.

Il chitarrista è Pietro Fanti, amico d’infanzia di mio marito e che ormai conosco da quasi trent’anni.

Pietro si è diplomato al Conservatorio Arrigo Boito di Parma in chitarra e jazz.

Ho avuto l’onore di sentirlo suonare al mio matrimonio 20 anni fa…

Katia Cavalieri è l’ideologa e cantante del gruppo. Ha con questa esperienza coronato il suo percorso artistico, che negli anni è spaziato dallo studio della chitarra, a ballerina di flamenco (in duo con Pietro), ed infine a cantante e percussionista.

Alessia Cavalieri è la sorella di Katia, new entry, qui come seconda voce e corista. E’ cantante anche per altri gruppi da diversi anni.

L’intervista con Pietro e Katia, mancava Alessia, si è svolta dopo una cena a casa mia con amici storici, e forse a causa dell’ora tarda e lo stracotto potrà essere dura da digerire.

Ma ora basta scherzare e vediamo di approfondire la loro conoscenza.

Carissimi, parlatemi un po’ di come è nato il vostro gruppo.

Risponde Pietro: Come  “The Easy Action” all’inizio eravamo solo io e Katia e siamo nati nell’estate del 2012, allorché apparentemente per gioco e senza alcuna pretesa, ho arrangiato alcune canzoni di Alice Cooper e le ho provate insieme a Katia. L’idea in verità è partita da Katia, (che ammicca mentre Pietro parla), fan da sempre di questo artista americano definito “il re dello shock-rock”.

Ma chi è Alice Cooper, e come può essere definito il suo genere artistico?

Alice Cooper è un artista emerso negli anni 1960/70 che si è subito contraddistinto per una immagine irriverente e anticonformista, per i testi scandalosi, per il rappresentare in maniera teatrale una musica densa di citazioni horror, con effetti a carattere sanguinolento.

Ma da dove è nata quindi l’idea di realizzare un tributo ad Alice Cooper?

Risponde Katia: sono stata io, come ha già detto Pietro, perché amo da sempre questo cantante, e volevo al tempo stesso coronare il mio sogno di cantare a mia volta.

Ho quindi coinvolto Pietro  che dal punto di vista artistico ha in passato esplorato i diversi generi musicali, lanciandogli la sfida di arrangiare per sola chitarra brani rock prettamente elettrici senza alcun uso di basi musicali preregistrate.

Interviene Pietro: è stata una bella sfida in quanto Alice Cooper ha una band composta da ben cinque persone, mentre noi inizialmente eravamo solo in due.

Ho quindi optato per utilizzare oltre alla chitarra (sia in versione acustica che elettrica, a seconda del pezzo da suonare), una loop station, in questo modo posso suonare su più livelli. L’effetto si è poi arricchito anche dalle piccole percussioni che Katia ha imparato a suonare mentre canta e si è evoluto con l’arrivo di Alessia che ci ha permesso di realizzare i cori anche dal vivo.

Ho recentemente assistito ad un assaggio del vostro spettacolo musical-teatrale  alla Libreria Feltrinelli di Parma, e devo dire che mi ha piacevolmente sorpreso vedere la cura dei particolari della messa in scena. Parlatemi di come realizzate questa scelta.

Risponde Katia: mi piace girare alla ricerca dei singoli oggetti  per mercatini dell’usato, botteghe di antiquariato, negozi stravaganti e di abbigliamento rock alternativo.

E’ così che  ho trovato ogni oggetto, siano essi pupazzi, bambolotti truccati, pistole western, palloncini colorati, macchine per bolle di sapone, serpenti e insetti finti, spade, tridenti, stampelle, stivali leopardati, fruste e camicie di forza…

Devo dire che mi piace seguire l’idea di Alice Cooper circa il fatto che oltre a sentire la musica, il pubblico deve letteralmente “vederla”.

Sono particolarmente grata alla mia precedente esperienza di ballerina di flamenco che mi ha permesso di vedere come lavorano i coreografi ed imparare così la cura dei singoli particolari.

Sono altresì felice di poter unire la mia passione per l’horror.

Nessun trucco, se non prettamente scenico, nessun inganno, ma solo una grande passione quindi.

Tu e Pietro siete compagni nella vita, insieme condividete la passione per la musica ed il canto, ed insieme quindi avete iniziato questa nuova avventura. Spiegami però come mai avete sentito l’esigenza di inserire nel vostro duo, originariamente pensato come tributo ad Alice Cooper anche Alessia, creando così un trio tutto famigliare, trattandosi di tua sorella e presentacela.

Risponde ancora Katia: io e Pietro abbiamo sentito l’esigenza di inserire dei cori nel momento in cui abbiamo realizzato il nostro CD: Bright Shiny Limos, a tribute to Alice Cooper.

La produzione è stata realizzata nello studio Tartini di Parma, composto da otto tracce i cui testi sono fedeli ai brani di Alice Cooper, l’arrangiamento ed i suoni sono però interamente realizzati e pensati da Pietro che ha estratto il lato melodico dei singoli brani.

E’ stato in sede di registrazione che è nata l’idea di inserire una seconda voce che sostituisse alcuni pezzi strumentali in origine.

In tale occasione sono state inseriti quindi dei pezzi corali eseguiti da me, ma siccome ci è piaciuto il risultato, per riproporlo anche dal vivo abbiamo pensato di coinvolgere mia sorella Alessia.

Che posso dire di lei? E’ stata già in passato voce solista dei PTA e attualmente dei Moondriver, Velve  Project e Macigno mobile e mi è venuto naturale, condividendo con lei anche altre passioni coinvolgerla.

Tu Pietro vuoi parlarmi in maniera più tecnica del vostro CD e delle vostre messe in scene? 

Si certo. Ho scelto per il CD i brani più vicini al beat e più psichedelici (anni 70), e tralasciato quelli heavy più lontani dalla nostra formazione e dal nostro gusto. 

Sul palco, grazie a Katia e Alessia, costruiamo vere e proprie coreografie e scene teatrali, e così facendo ci avviciniamo ancora più allo spirito dell’horror rock.

Tengo a precisare che se le messe in scene si ispirano agli spettacoli di Alice Cooper, accentuandone il lato ironico e fumettistico, poi a forza di lavorarci sopra e personalizzare così il nostro lavoro, ci siamo pian piano evoluti, ragion per cui più che una semplice tribute bands, l’interpretazione ha preso il sopravvento e  pur nel rispetto dello stile di Alice Cooper è divenuto più un vero e proprio omaggio a un artista in Italia poco conosciuto e abbastanza sottovalutato.

In ultimo quindi, continuando con questo ritmo di crescita, oltre che essere pronti a portare sui palchi italiani il nostro show fedeli al motto: “The Easy Action: dove l’incubo e il sogno prendono forma…”, non escludo, ed anzi auspico che da semplice cover band riusciremo a realizzare brani nostri, avendo nel frattempo creato un nostro stile.

Permettimi un’ultima domanda prima di salutarci, vista ormai l’ora tarda (2:00 am): se dovessi pensare ad un film horror per descrivere il vostro genere, a cosa penseresti?

Non riesco ad identificare un titolo preciso, perché varie sono le citazioni che riportiamo a diverso titolo nei nostri spettacoli.

Sicuramente penso ad un horror di tipo gotico, mi viene in mente Dark Shadow o la risata di Vincent Price, ma preciso che per la voce dei testi registrati che utilizziamo, mi sono ispirato al personaggio di Zio Tibia. ( nda: si tratta di un vecchio programma che andava in onda negli anni 80/90 dove veniva utilizzato tale personaggio come collante tra la proiezione di due film horror).

L’ironia di questo personaggio che si inserisce nel discorso della vendita dell’anima, nella contrapposizione vittima/carnefice sono elementi che cerchiamo di trasporre nei nostri concerti.

Per noi è sicuramente importante che il pubblico si diverta e che l’ironia si trasformi e passi sia tramite la musica che le immagini teatrali.

Mi piace ricordare una delle frasi di Alice Cooper che auspicava che i suoi concerti fossero sempre come un perenne giorno di Halloween.

In quest’ottica si inserisce quindi il nostro voler fare risaltare il grottesco.

Tornando quindi alla domanda: decisamente un film horror, ma gotico, con tanto di castelli.

Sottolineo nel CD il brano NEVER BEEN SOLD BEFORE, che fa parte di un album di Alice Cooper poco conosciuto, che mi piace per la sua versione molto rock, per l’energia più che per i testi.

Saluto quindi Katia e Pietro, che vista l’ora tardi, caccio letteralmente di casa,  e li ringrazio per la loro esposizione e vi esorto ad ascoltare il loro CD, che viene venduto ai loro concerti, a visitare la loro pagina fb https://www.facebook.com/The-Easy-Action-424881867686599/?fref=ts per rimanere aggiornati sui loro concerti, e naturalmente non perdeteli!

Musica e spettacolo sono assicurati!
Isabella Grassi

Intervista con l’autore… Anna Maria Sdraffa

La nostra Isabella Grassi intervista Anna Maria Sdraffa

Salve a tutti!

Per chiudere in bellezza questa settimana la nostra inviata da Parma Isabella  Grassi intervista per noi e per voi Anna Maria Sdraffa autrice che Isabella aveva già intervistato mesi fa.

INTERVISTA CON L’AUTORE.

(anzi due chiacchiere sull’autrice)
Oggi quella che vi propongo in realtà è un remake della precedente intervista fatta ad Anna Maria Sdraffa, scrittrice genovese che vi ho già presentato insieme al suo primo romanzo dal titolo “Affinché tutto abbia fine” .

Ora è uscito il suo nuovo romanzo “L’Agamennone” sempre per 0111 Edizioni, dove l’autrice che si dedica da tempo alla stesura di testi teatrali utilizza tale esperienza.

Anna Maria Sdraffa e le avventure del dottor Sivori saranno  nuovamente ospitati nella rassegna “Un Pomeriggio in Giallo” nella nuova location della Mondolibri Mondadori Point, insieme a Bobby Lago, alias Giovanni Bertani (autore di “Il Grisbì”, Edizioni Forme Libere 2015). 

L’appuntamento intitolato “Corrado Sivori incontra Bobby Lago” è fissato per venerdì 24 marzo ore 17:30.

Questo l’evento su fb: https://www.facebook.com/events/274294576361145/

Sono passati pochi mesi dal primo incontro tra Bobby Lago ed il Commissario Sivori, e per gli affezionati delle rassegna sarà quindi interessante scoprire questa nuova avventura del commissario in pensione.

Come detto L’Agamennone è un giallo infarcito di teatro, non solo e non tanto per il nome del romanzo ma perché è l’ambiente teatrale che letteralmente calca le scene.

Interamente ambientato a Genova, città natale dell’autrice, ha pur tuttavia una collocazione temporale che spazia, con continui richiami tra il presente del personaggio e accadimenti del passato.

Nella precedente intervista l’autrice si era descritta come “disordinata, versatile e creativa”, ed in effetti in questo romanzo possiamo ritrovare tutte queste caratteristiche.

Sicuramente il cambiamento di ambientazione ed il modo con il quale i personaggi si muovono è sintomo di versatilità e creatività, ma anche il disordine entra pienamente in questa nuova avventura del commissario in pensione.

Come non definire disordinato infatti un ambiente quale quello del teatro?

Il personaggio principale è  ancora  una volta il commissario Sivori, poliziotto in pensione ma questa volta il delitto, o meglio i delitti vengono a lui, senza che abbia bisogno di muoversi.

Ricordiamo come era stato definito dall’autrice: “arguto, umano, pacifico”.

Queste caratteristiche le ritroviamo anche in questa avventura, dove però forse a predominare è il lato umano.

Ricordo anche come l’autrice augurava ai suoi lettori che la lettura del romanzo li catturi e li diverta,  e che lasci loro il desiderio di saperne un po’ di più  su quegli anni ormai lontani e su chi li ha vissuti, con i loro incubi e le loro speranze.

Quest’augurio ritengo di poterlo trasferire anche  verso L’Agamennone che ora vi presento più nei dettagli.
“L’Agamennone”

Anna Maria Sdraffa

0111 Edizioni – Dicembre 2016

* * *

“Una nuova sfida per il commissario in pensione Corrado Sivori, questa volta duramente colpito dalla morte della giovane figlia di un caro amico e collega scomparso alcuni anni prima. La polizia classifica l’accaduto come suicidio, ma Sivori, non convinto, svolge alcune indagini personali che lo conducono a un vecchio delitto di cui si era occupato il padre della ragazza, quando il famoso attore Tiberio Valentini, allora sulla cresta dell’onda, era stato ucciso in scena durante la rappresentazione teatrale L’Agamennone”

Questa la descrizione sulla quarta di copertina, che a dire il vero dice ben poco dell’intreccio che si dipanerà nelle 231 pagine del libro.

Assai significativo è l’incipit che dopo aver riportato la data 17 agosto 1959 si apre immediatamente con un dialogo tra la moglie del Commissario e Liliana che inserisce subito il lettore nell’emozione dei buon sentimenti, nel calore familiare.

“Non posso credere che tu sia diventata così grande!”

La signora Matilde, con un luminoso sorriso, accarezzò i capelli di Liliana Amendola prima di porgerle premurosamente il vassoio carico di pasticcini.

“Ma che grande e grande…” brontolò suo marito, il commissario di polizia in pensione Corrado Sivori, mentre agguantava gelosamente un dolcetto “grande”  si dice ai  bambini che crescono. Liliana ormai è una donna!”.

Sembra una normale scenetta di vita quotidiana, che per nulla fa presagire di quello che verrà.

E’ il punto forte di questa avventura, il fatto che il lettore passi da scene di vita quotidiana al mondo del teatro, alla magia che tale mondo offre.

E così io mi sono fatta avvolgere, mi sono fatta prendere e così ho seguito il commissario ma ho anche imparato a conoscere meglio Matilde.

E sono le donne le vere protagoniste, sono le donne che aiutano il commissario, sono le donne che fanno sorgere le domande, e sono sempre le donne che forniscono le risposte.

Non vi svelo nulla, non vi dico cosa leggerò, vi dico solo di leggerlo e se vi va di venire alla presentazione a Parma o se non riuscite, vi consiglio di seguire l’autrice e tenervi informati sulle sue presentazioni, ne varrà la pena.
Vi auguro come sempre buona lettura.

Isabella Grassi

Spazio al personaggio… Roberto Bonati

Un’incursione  nel mondo della musica jazz in compagnia della nostra Isabella Grassi

Salve a tutti!

Roberto Bonati dirige

 Per chiudere in gloria questa nuova settimana vi propongo di fare un’incursione nel mondo della musica jazz in compagnia della nostra insostituibile Isabella Grassi che oggi, per la sua rubrica “Spazio al personaggio” incontra per e con noi Roberto Bonati.

Ora è tempo che ceda la parola alla nostra carissima Isabella Grassi e al suo graditissimo ospite, al quale vi invito a dare il vostro più caloroso benvenuto!

Spazio al personaggio, una piccola incursione nel mondo della cultura, del teatro, dello sport, della musica e di quanto ci rende piacevole la vita, a cura di Isabella Grassi.

Oggi il viaggio si sposta nel mondo di una musica che amo particolarmente: il jazz e  a fare da testimonial a questa incursione è Roberto Bonati, un musicista d’eccezione.

Di lui in verità ho già avuto modo di parlarvi in quanto è il Roberto Bonati (nda: che ho avuto l’onore di avere ospite a casa mia il 30 dicembre di un paio d’anni fa, mentre festeggiavo con un gruppo d’artisti la vigilia dell’ultimo dell’anno)  che ha creato nel 1996 e in questi anni ha portato avanti con coerenza il Parma Jazz Festival del quale si è appena conclusa la ventunesima edizione.

A chi segue questo blog e la mia rubrica verrà sicuramente in mente l’articolo che ho dedicato a questa manifestazione lo scorso autunno quando lo ho presentato parlando della conferenza stampa cui avevo partecipato.

In quella occasione feci presente come Roberto definì gli obiettivi del Festival come obiettivi di produzione, di formazione e di ospitalità, di come il “suo” Festival non dovesse essere mera rappresentazione, e neppure una semplice esposizione del panorama artistico contemporaneo, ma  soprattutto progettualità.

L’associazione Parma Jazz Frontiere  sviluppa la progettualità del festival con la collaborazione della Casa della Musica, della Fondazione Teatro Regio e della Associazione Remo Gaibazzi, oltre che in collaborazione con il Conservatorio di Musica “Arrigo Boito”, il Department of Music and Dance dell’Università di Stavanger, l’Academy of Music and Drama di Göteborg, il Norwegian Academy of Music di Oslo, il Liceo Musicale “Attilio Bertolucci”  e il  Liceo Artistico “Paolo Toschi”.

Ma tornando a Roberto Bonati ed alla sua musica, in questo spazio voglio farvelo conoscere meglio e presentarvi in particolare la sua ultima fatica: un cd dal titolo “Nor sea, nor land, nor salty waves. A nordic story”, Roberto Bonati e Bjergsted Jazz Ensemble. Un progetto commissionato a Roberto.

Copertina Cd

Ma prima di approfondire questo lavoro, com’è nato, quali sono le sue motivazioni vi voglio parlare di lui, dando il consueto spazio all’intervista che è avvenuta nella sala di casa a quel medesimo tavolo dove qualche anno fa lo conobbi e festeggiammo l’antivigilia di fine anno a casa mia, insieme ad una ventina di altri artisti di Parma.

Parlami di te e della tua carriera artistica,

La passione per il contrabbasso, strumento al quale mi sono dedicato, è nata allorché appena diciottenne un amico mi ha fatto ascoltare in un vecchio mangiacassette (nda, quanti di noi ancora si ricordano com’è?), India  di John Coltrane in una versione con due contrabbassi. Fu amore a primo ascolto.

Ho iniziato a studiare questo strumento in una scuola civica di Milano, mi sono diplomato ed ho studiato direzione d’orchestra a New York e nella Repubblica Ceca.

Pur essendo determinato nello studiare jazz, mi sono laureato in Storia della Musica, e suonato in jazz Club di Milano, ma ho lavorato e suonato anche in orchestre di musica classica.

Ho suonato con Anthony Moreno e Mario Piacentini in trio.

Sul finire degli anni 80 ed i primi anni 90 ho suonato con Gianluigi Trovesi  e collaborato con Giorgio Gaslini.

Di questo periodo ricordo il mio primo insegnamento al Conservatorio Arrigo Boito di Parma nel 1994, l’uscita nel 1995 dell’album Silent Voices con il mio quartetto: io al contrabbasso, Riccardo Luppi al sax, Stefano Battaglia al pianoforte, Anthony Moreno alla batteria, e la nascita del Parma Jazz Festival nel 1996.

Ma gli anni a seguire sono stati pieni di cambiamenti ed esperienze. Il 1997 è stato caratterizzato da una mia personale esperienza concertistica per solo contrabbasso, il 1998 ha segnato la nascita dell’orchestra Parma Frontiere, con 6 produzioni e 4 dischi. Ricordo come temi affrontati Moby Dick, Macbeth, Le Mille e una Notte.

Il finire degli anni 90 mi vede fare concerti di contrabbasso classico in giro per l’Italia.

Nel frattempo consolidavo l’ attività di insegnamento, e ora sono docente al Conservatorio Arrigo Boito di Parma  di  Composizione Jazz e Contrabbasso, e sono il responsabile del Dipartimento Nuove  Tecnologie e Linguaggi Musicali.

Dirigo anche l’orchestra del corso di Improvvisazione Jazz, e ne seguo la produzione.

E’ del 2006 l’uscita del mio disco “Un sospeso silenzio” dedicato a Pasolini.

Una carriera lunga, ed eclettica la tua Roberto. Ma parlaci ora del CD  di cui accennavo prima; “Nor sea, nor land, nor salty waves. A nordic story”, parlaci di com’è nato, e di cosa questa esperienza ti ha lasciato.

Nel 2012 ho cominciato a collaborare con la Norvegia e la Svezia, in particolare con Oslo, Stavanger e Goteborg.

Questo CD, che è uscito con etichetta Parma Frontiere, è nato da un lavoro commissionatomi dall’Università di Stavanger per l’Orchestra Bjergsted Jazz Ensemble, con 18 musicisti ed una cantante.

Il tema affrontato in quest’opera è l’Edda poetica della mitologica nordica, e il parlato è nell’antico linguaggio islandese.

Il CD si compone di otto brani e chi lo ascolta passerà attraverso la creazione del mondo.

Il titolo né mare, né terra, né onde salate… diviene premonitore e dalla voragine del  nulla…  

Chi ascolta passerà attraverso una muta creazione, ululare di lupi e canti di cigni, attraverso un vento tribale, un finale ricolmo di sangue e un notturno con una situazione da the “day after”, e infine la rinascita con l’ottava composizione intitolata eagle.

Il verde ricresce, la terra risorge dal mare, i torrenti si riempiono d’acqua, e l’aquila vola in alto sulle montagne a caccia di pesce. Questa l’immagine finale. Sono molte le situazioni come dire drammaturgiche in cui viene coinvolto chi ascolta questo CD, una elaborazione intensa, ricca di significati e di significanti. Ma parlaci un po’ degli esecutori, degli artisti coinvolti nella sua realizzazione.

Come detto l’orchestra è formata da giovani e talentuosi musicisti che si sono formati nella università di Stavanger, infatti si tratta di giovani musicisti che sono o sono stati studenti a Stavanger. Il primo concerto di quest’opera si è tenuto nel marzo 2015 e l’Università ha  voluto che lo ripresentassi durante il Gran Galà tenutasi la stessa estate in occasione del settantacinquesimo dell’Università.

Si è poi registrato la primavera scorsa e ne è uscita questa coproduzione tra Parma Frontiere e l’Università di Stavanger.

Verrà presentato a breve qui a Parma presso la libreria Feltrinelli di Via Farini, mia città Natale mentre  si dovrà attendere Aprile per la presentazione a Roma in collaborazione con l’ambasciata norvegese.

Il CD è ordinabile presso i rivenditori di musica, o acquistabile sugli store online come amazon ed ibs, e si possono sentire un paio di brani sul mio profilo sul sito  soundcloud.com.

Vorrei approfittare di te per fare due chiacchiere sul jazz. In particolare vorrei sapere da te qual è il rapporto tra jazz scritto ed improvvisazione.

Si, è importante capire questo rapporto. Se oggi abbiamo una musica jazz, è perché c’è stata una storia del jazz. Abbiamo musicisti polivalenti, che hanno effettuato un percorso sia attraverso la musica occidentale classica, che attraverso i linguaggi del jazz.

La composizione può essere una idea breve ma forte, dalla quale far nascere l’improvvisazione oppure, al contrario può essere una cornice molto spessa che deve necessariamente contenere una musica molto rigorosa.

Possiamo quindi dire che il jazz ha una doppia anima?

Nel jazz la tradizione orale è molto importante e come tale la scelta che viene effettuata dai vari compositori diviene un elemento costitutivo attraverso il quale si attua una composizione vera e propria. Ecco allora che l’esecuzione proprio per questa sua oralità di trasmissione diviene non una mera organizzazione di elementi musicali ma un vero e proprio atto creativo che mette in campo una grande varietà di tecniche compositive.

Nel jazz abbiamo una grande varietà di tecniche compositive.

Qual è il tuo metodo di lavoro quando sei tu a dover dirigere?

Personalmente prediligo mettere le persone in condizione di poter aggiungere, di poter creare insieme, non metto in campo un’idea definitiva. Ritengo importante che le differenze emergano, che si cerchi di creare un distinguo, che si persegua l’idea artistica e si rifiuti l’omologazione.

Pur tuttavia serve sempre ricordare che anche nell’improvvisazione serve che tutti i materiali esecutori abbia una visione chiara d’insieme, non vi deve essere caos ma unione di sforzi.

Come vedi il futuro del jazz?

Temo che purtroppo anche il jazz si stia omologando. Vi è una forte mitologia jazzistica che by Counterflix” href=”#85746324″> tende a far continuamente rivivere come stereotipi i jazzisti di sessanta anni fa.

Ritengo che si debba si guardare al passato, ai maestri, a coloro che hanno creato il jazz, ma che si debba al tempo stesso utilizzare la lente del cannocchiale della storia. Occorre quindi effettuare una lettura contemporanea e quindi dinamica degli eventi passati che sono ormai statici.

Non so quindi rispondere alla domanda su quale sia il divenire del jazz oggi in quanto manca l’idea compositiva della musica pur avendo il nostro tempo dei musicisti che per il percorso effettuato sono molto preparati.

Per fare un esempio concreto tornando al CD di cui si è parlato, vi è musica folkloristica, tribale, spiritual, ritual, canti popolari islandesi, vi è una visione sciamanica.

Possiamo quindi intravvedere nell’opera elementi evocativi ed al tempo stesso una vera e propria invocazione.

Chi si approccia all’ascolto troverà un’unione tra diverse culture. Partendo dall’Edda poetica, che è la tradizione mitologica del nord Europa che potremmo avvicinare ai miti omerici, tramite questa fusione di diversi apporti ha unito in sé la cultura europea classica.

È questa la vittoria del jazz: permettere l’incontro tra le diverse culture e per questa sua caratteristica ritengo che possa fare molto per la nostra società, per i suoi aspetti di partecipazione corale, educativi e sociali.

Saluto Roberto Bonati e lo ringrazio per la sua preziosa esposizione nonché partecipazione al mondo del jazz e concludo dicendo che mentre scrivevo questo articolo ho ascoltato il CD un paio di volte e che vi ho trovato e provato emozioni molto forti.

Da quasi uno spavento iniziale, un’angoscia, attraverso il canto in una lingua sconosciuta, i suoni e le armonie degli strumenti ho spiccato il volo e fatto un viaggio alla scoperta del mondo.

Ho sentito l’alternarsi di stili, di colori e sono tornate alla mia mente immagini di documentari scientifici e di carattere culturale, ma anche immagini tribali vissute direttamente nei miei viaggi, e ho veramente immaginato sul finale un’aquila che vola.

Grazie Roberto per questo prezioso contributo.

Isabella Grassi

Intervista con l’autore… Ilaria Gaspari

La nostra Isabella Grassi intervista per voi l’autrice del romanzo “Etica dell’acquario”

Salve a tutti!

L'etica dell'acquario articolo.pngOggi vi propongo una nuova intervista della nostra insostituibile collaboratrice Isabella Grassi. Ospite di questa nuova intervista di Isabella è Ilaria Gaspari, autrice per le Edizioni Voland del romanzo “Etica dell’acquario“. Ora però è tempo che io mi faccia da parte e ceda la parola a Isabella Grassi e alla sua graditissima ospite Ilaria Gaspari, alla quale vi invito a dare il vostro più caloroso benvenuto:

 INTERVISTA CON L’AUTORE

L'etica dell'acquario articolo.png

Oggi ho intervistato per voi Ilaria Gaspari, autrice al suo primo esordio letterario con “Etica dell’acquario”, (Voland – 2015).

Il libro verrà presentato alla Libreria Mondolibri – Mondadori Point di Parma, il prossimo 24 febbraio all’interno della rassegna letteraria “Un pomeriggio in giallo”, da Giovanni Bertani, giallista di Parma, autore di Il Grisbì (Forme Libere -2015).

Ho avuto modo di conoscere l’autrice durante la presentazione del suo romanzo il 27 gennaio 2016 in un’altra libreria di Parma, la Diari di Bordo, e sono molto orgogliosa non solo di poter scrivere oggi queste poche righe su di lei e sul suo libro ma di riportarla ad un anno di distanza nella mia città, curando altresì le letture durante l’incontro.

Diamo spazio all’intervista quindi dell’autrice.

Si descriva in tre parole.

Vagabonda, distratta, osservatrice.

Cosa l’ha spinta a scrivere?

Ho iniziato per gioco, e all’inizio era solo divertente; ma poi le cose si sono fatte serie, come se la storia fosse stata già pronta, dentro di me, e avesse solo aspettato quel momento per uscire.

Descriva i momenti che dedica alla scrittura e come si inseriscono nella quotidianità.

Sono momenti molto difficili da trovare, in mezzo a tutta la distrazione. Molto spesso i momenti in cui scrivo davvero – intendo narrativa, non la scrittura di saggi o di articoli – mi sembra quasi di rubarli: la sera tardi, a volte la notte, altre volte magari in treno, mentre aspetto qualcosa o qualcuno. La cosa bella è che quando inizio a scrivere, fosse anche per una mezz’ora, riesco a isolarmi completamente da tutto e a concentrarmi. Poi purtroppo torno alla mia abituale confusione.

Durante la scrittura del suo romanzo come ha creato i suoi Personaggi e l’Ambientazione? Si è rifatto a esperienze personali direttamente?

Per l’ambientazione sì: mi sembrava interessante, e in un certo modo necessario, ambientare un libro nei collegi della Normale. Anche solo perché viverci era stata un’esperienza molto particolare, difficile da descrivere, e perché la struttura della Scuola stava lentamente ma inesorabilmente cambiando, quindi mi premeva costruire una specie di memoria di quegli anni, prima che quello stile di vita diventasse obsoleto. Per i personaggi, ho creato con cura soprattutto la voce della protagonista. L’ho resa il più antipatica possibile, il più possibile dura e tenera, e gli altri personaggi ho cercato di farli proprio sorgere dalla sua voce, come se fossero i pensieri di lei a costruirli.

Come descriverebbe la sua tecnica di scrittura?

Istintiva: scrivo di getto, il più possibile, e poi sistemo tutto alla fine.

Descriva in tre parole il libro o il personaggio principale.

Gaia: bella, egocentrica, infelice.

Perché si dovrebbe scegliere di leggere il suo romanzo?

Perché è un viaggio nelle profondità degli addii, nella difficoltà di abbandonare il passato, nella nostalgia – e sono tutte esperienze che riguardano tutti.

Perché un romanzo di genere?

Mi divertiva l’idea di giocare con i codici, così ben definiti, di un genere che amo molto, come il noir.

Faccia una breve descrizione della sua opera, che non sia meramente riassuntiva.

A Pisa, quando Gaia torna, dieci anni dopo la fine dell’università, sembra che non sia cambiato niente. Invece è cambiato proprio tutto. In un autunno piovoso e cupo, fra le strade mezze dimenticate della città, nei corridoi del vecchio collegio sventrato dai lavori di restauro, fra sere sul lungomare e pomeriggi in camere di by Counterflix” href=”#30544398″> albergo, Gaia ritrova gli amici di una volta e il suo amore dei tempi dell’università. Ritrovarsi sembra finalmente possibile; ma su quest’incontro apparentemente inatteso pesano gli anni passati lontani e la morte di una compagna di studi, Virginia, avvenuta in circostanze oscure. Ci sono, anche, la tentazione dell’autoinganno, le bugie di un amore interrotto ma forse mai davvero finito, e il senso di colpa per una morte che risale a dieci anni prima. L’inchiesta sul misterioso suicidio di Virginia scandaglia i rapporti e i pericolosi equilibri sociali all’interno della Scuola Normale, dove, come in un acquario, gli studenti nuotano in circolo, perennemente osservati e in osservazione degli altri, in una competizione a tratti spietata che vede sbocciare, per conformità o per reazione, amicizie, amori e rivalità.

I ricordi sepolti e le ossessioni dell’acquario vengono piano piano alla luce mentre Gaia, che si scopre sospettata di aver indotto Virginia a uccidersi, cerca disperatamente di riallacciare i legami con un passato mai dimenticato e occultato sotto un cumulo di bugie.

Cosa pensa che la lettura del romanzo lasci al lettore?

Spero che lasci un lieve disorientamento, e un po’ di consolazione, come dopo un sogno molto vivido.

Salutata l’autrice, vi presento ora il romanzo.

 

L'etica dell'acquario articolo.pngEtica dell’acquario

Ilaria Gaspari

Voland -2015

* * *

“Gaia è bella, egocentrica ed infelice. Un giorno di novembre torna nella città in cui ha studiato dopo un’assenza di dieci anni. A Pisa niente sembra cambiato, invece è cambiato tutto. Gaia ritrova gli amici di una volta ed il suo amore dei tempi dell’università; ma a dividerli ci sono, ora, gli anni passati lontani e la morte di una compagna di studi, Virginia, avvenuta in circostanze oscure. L’inchiesta sul misterioso suicidio si snoda fra le vie della città e i colleghi della Scuola Normale, fra ricordi sepolti e ossessioni che vengono alla luce.”

Questa è la quarta di copertina del romanzo di Ilaria.

E’ un noir, dice l’autrice, ma è anche un romanzo di formazione. I protagonisti sono tutti studenti, ma di una istituzione non comune la Scuola Normale di Pisa, una realtà assai particolare, dove anche gli oggetti apparentemente banali assumono connotazioni ben precise.

C’è in particolare un passo del libro che esprime questo concetto, quando Gaia torna con i suoi amici a cercare le loro stanze, e si sofferma su quella che era di Leo.

“In camera di Leo non c’era più niente, e anche se era mattina era buio pesto, come una volta. Lui stava sempre con la luce accesa, quando era in camera. Negli anni aveva accumulato nella sua by Counterflix” href=”#20565129″> stanza una serie infinità  di oggetti dimenticati da altri ma ancora utili, ventilatori, poltroncine, lampade che le bimbe delle pulizie, ogni volta che potevano, erano felici di regalare al loro beniamino. Ora la camera era buia, e tutta vuota.”

Ecco quindi che la camera che era di Leo, ora non è più nemmeno una camera, è buia, è vuota.

Ecco quindi che gli oggetti che la avevano animata non ci sono più.

Ecco quindi che neppure loro sono più gli studenti di allora.

La luce di allora è il buio di oggi.

Gaia esplora con gli amici di allora, ma per farlo deve ricordare come era la luce, mentre intorno tutto è cambiato, tutto è cupo.

Gaia quindi va in by Counterflix” href=”#92210130″> albergo da sola, e soffre, soffre a causa di Virginia.

Il racconto va avanti in un gioco continuo di alternanza fra passato e presente, fra momenti di gioia e dolore, e Gaia quindi vive il presente attraverso il passato.

…“Perché la fatica della vita dell’acquario…”

Gaia è l’unica che questa fatica la subisce al punto da rifiutare l’ambiente accademico, diversamente da Marcello, da Cecilia e da Leo che invece lo hanno coltivato e ne hanno fatto il loro successo.

E Virginia? Che ruolo ha nella storia l’amica morta?

E’ questo il vero lato noir, ed ogni volta che viene nominata il lettore che fino a poche parole prima era avvolto da un ambiente cameratesco, viene prepotentemente riportato alla dura realtà: c’è un cadavere, un indagine da perpetuare.

Ed Ilaria affronta con il suo alter ego Gaia quest’avventura, dipana questa matassa e se descrive così bene l’ansia degli studenti è perché lei si è diplomata alla Scuola Normale di Pisa, e diversamente da Gaia, ma come Marcello, Cecilia e Leo ha fatto dello studio la sua professione.

Consiglio la lettura di questo romanzo, che seppure inquadrato in un genere lo travalica, a tutti coloro che amano non solo il noir ma la bella lettura, e che apprezzano i sentimenti.

Isabella Grassi

Prima di chiudere ricordiamo l’Evento “Gaia incontra Bobby Lago“:

https://www.facebook.com/events/187216331760928/

 

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