Spazio al personaggio… Roberto Bonati

Un’incursione  nel mondo della musica jazz in compagnia della nostra Isabella Grassi

Salve a tutti!

Roberto Bonati dirige

 Per chiudere in gloria questa nuova settimana vi propongo di fare un’incursione nel mondo della musica jazz in compagnia della nostra insostituibile Isabella Grassi che oggi, per la sua rubrica “Spazio al personaggio” incontra per e con noi Roberto Bonati.

Ora è tempo che ceda la parola alla nostra carissima Isabella Grassi e al suo graditissimo ospite, al quale vi invito a dare il vostro più caloroso benvenuto!

Spazio al personaggio, una piccola incursione nel mondo della cultura, del teatro, dello sport, della musica e di quanto ci rende piacevole la vita, a cura di Isabella Grassi.

Oggi il viaggio si sposta nel mondo di una musica che amo particolarmente: il jazz e  a fare da testimonial a questa incursione è Roberto Bonati, un musicista d’eccezione.

Di lui in verità ho già avuto modo di parlarvi in quanto è il Roberto Bonati (nda: che ho avuto l’onore di avere ospite a casa mia il 30 dicembre di un paio d’anni fa, mentre festeggiavo con un gruppo d’artisti la vigilia dell’ultimo dell’anno)  che ha creato nel 1996 e in questi anni ha portato avanti con coerenza il Parma Jazz Festival del quale si è appena conclusa la ventunesima edizione.

A chi segue questo blog e la mia rubrica verrà sicuramente in mente l’articolo che ho dedicato a questa manifestazione lo scorso autunno quando lo ho presentato parlando della conferenza stampa cui avevo partecipato.

In quella occasione feci presente come Roberto definì gli obiettivi del Festival come obiettivi di produzione, di formazione e di ospitalità, di come il “suo” Festival non dovesse essere mera rappresentazione, e neppure una semplice esposizione del panorama artistico contemporaneo, ma  soprattutto progettualità.

L’associazione Parma Jazz Frontiere  sviluppa la progettualità del festival con la collaborazione della Casa della Musica, della Fondazione Teatro Regio e della Associazione Remo Gaibazzi, oltre che in collaborazione con il Conservatorio di Musica “Arrigo Boito”, il Department of Music and Dance dell’Università di Stavanger, l’Academy of Music and Drama di Göteborg, il Norwegian Academy of Music di Oslo, il Liceo Musicale “Attilio Bertolucci”  e il  Liceo Artistico “Paolo Toschi”.

Ma tornando a Roberto Bonati ed alla sua musica, in questo spazio voglio farvelo conoscere meglio e presentarvi in particolare la sua ultima fatica: un cd dal titolo “Nor sea, nor land, nor salty waves. A nordic story”, Roberto Bonati e Bjergsted Jazz Ensemble. Un progetto commissionato a Roberto.

Copertina Cd

Ma prima di approfondire questo lavoro, com’è nato, quali sono le sue motivazioni vi voglio parlare di lui, dando il consueto spazio all’intervista che è avvenuta nella sala di casa a quel medesimo tavolo dove qualche anno fa lo conobbi e festeggiammo l’antivigilia di fine anno a casa mia, insieme ad una ventina di altri artisti di Parma.

Parlami di te e della tua carriera artistica,

La passione per il contrabbasso, strumento al quale mi sono dedicato, è nata allorché appena diciottenne un amico mi ha fatto ascoltare in un vecchio mangiacassette (nda, quanti di noi ancora si ricordano com’è?), India  di John Coltrane in una versione con due contrabbassi. Fu amore a primo ascolto.

Ho iniziato a studiare questo strumento in una scuola civica di Milano, mi sono diplomato ed ho studiato direzione d’orchestra a New York e nella Repubblica Ceca.

Pur essendo determinato nello studiare jazz, mi sono laureato in Storia della Musica, e suonato in jazz Club di Milano, ma ho lavorato e suonato anche in orchestre di musica classica.

Ho suonato con Anthony Moreno e Mario Piacentini in trio.

Sul finire degli anni 80 ed i primi anni 90 ho suonato con Gianluigi Trovesi  e collaborato con Giorgio Gaslini.

Di questo periodo ricordo il mio primo insegnamento al Conservatorio Arrigo Boito di Parma nel 1994, l’uscita nel 1995 dell’album Silent Voices con il mio quartetto: io al contrabbasso, Riccardo Luppi al sax, Stefano Battaglia al pianoforte, Anthony Moreno alla batteria, e la nascita del Parma Jazz Festival nel 1996.

Ma gli anni a seguire sono stati pieni di cambiamenti ed esperienze. Il 1997 è stato caratterizzato da una mia personale esperienza concertistica per solo contrabbasso, il 1998 ha segnato la nascita dell’orchestra Parma Frontiere, con 6 produzioni e 4 dischi. Ricordo come temi affrontati Moby Dick, Macbeth, Le Mille e una Notte.

Il finire degli anni 90 mi vede fare concerti di contrabbasso classico in giro per l’Italia.

Nel frattempo consolidavo l’ attività di insegnamento, e ora sono docente al Conservatorio Arrigo Boito di Parma  di  Composizione Jazz e Contrabbasso, e sono il responsabile del Dipartimento Nuove  Tecnologie e Linguaggi Musicali.

Dirigo anche l’orchestra del corso di Improvvisazione Jazz, e ne seguo la produzione.

E’ del 2006 l’uscita del mio disco “Un sospeso silenzio” dedicato a Pasolini.

Una carriera lunga, ed eclettica la tua Roberto. Ma parlaci ora del CD  di cui accennavo prima; “Nor sea, nor land, nor salty waves. A nordic story”, parlaci di com’è nato, e di cosa questa esperienza ti ha lasciato.

Nel 2012 ho cominciato a collaborare con la Norvegia e la Svezia, in particolare con Oslo, Stavanger e Goteborg.

Questo CD, che è uscito con etichetta Parma Frontiere, è nato da un lavoro commissionatomi dall’Università di Stavanger per l’Orchestra Bjergsted Jazz Ensemble, con 18 musicisti ed una cantante.

Il tema affrontato in quest’opera è l’Edda poetica della mitologica nordica, e il parlato è nell’antico linguaggio islandese.

Il CD si compone di otto brani e chi lo ascolta passerà attraverso la creazione del mondo.

Il titolo né mare, né terra, né onde salate… diviene premonitore e dalla voragine del  nulla…  

Chi ascolta passerà attraverso una muta creazione, ululare di lupi e canti di cigni, attraverso un vento tribale, un finale ricolmo di sangue e un notturno con una situazione da the “day after”, e infine la rinascita con l’ottava composizione intitolata eagle.

Il verde ricresce, la terra risorge dal mare, i torrenti si riempiono d’acqua, e l’aquila vola in alto sulle montagne a caccia di pesce. Questa l’immagine finale. Sono molte le situazioni come dire drammaturgiche in cui viene coinvolto chi ascolta questo CD, una elaborazione intensa, ricca di significati e di significanti. Ma parlaci un po’ degli esecutori, degli artisti coinvolti nella sua realizzazione.

Come detto l’orchestra è formata da giovani e talentuosi musicisti che si sono formati nella università di Stavanger, infatti si tratta di giovani musicisti che sono o sono stati studenti a Stavanger. Il primo concerto di quest’opera si è tenuto nel marzo 2015 e l’Università ha  voluto che lo ripresentassi durante il Gran Galà tenutasi la stessa estate in occasione del settantacinquesimo dell’Università.

Si è poi registrato la primavera scorsa e ne è uscita questa coproduzione tra Parma Frontiere e l’Università di Stavanger.

Verrà presentato a breve qui a Parma presso la libreria Feltrinelli di Via Farini, mia città Natale mentre  si dovrà attendere Aprile per la presentazione a Roma in collaborazione con l’ambasciata norvegese.

Il CD è ordinabile presso i rivenditori di musica, o acquistabile sugli store online come amazon ed ibs, e si possono sentire un paio di brani sul mio profilo sul sito  soundcloud.com.

Vorrei approfittare di te per fare due chiacchiere sul jazz. In particolare vorrei sapere da te qual è il rapporto tra jazz scritto ed improvvisazione.

Si, è importante capire questo rapporto. Se oggi abbiamo una musica jazz, è perché c’è stata una storia del jazz. Abbiamo musicisti polivalenti, che hanno effettuato un percorso sia attraverso la musica occidentale classica, che attraverso i linguaggi del jazz.

La composizione può essere una idea breve ma forte, dalla quale far nascere l’improvvisazione oppure, al contrario può essere una cornice molto spessa che deve necessariamente contenere una musica molto rigorosa.

Possiamo quindi dire che il jazz ha una doppia anima?

Nel jazz la tradizione orale è molto importante e come tale la scelta che viene effettuata dai vari compositori diviene un elemento costitutivo attraverso il quale si attua una composizione vera e propria. Ecco allora che l’esecuzione proprio per questa sua oralità di trasmissione diviene non una mera organizzazione di elementi musicali ma un vero e proprio atto creativo che mette in campo una grande varietà di tecniche compositive.

Nel jazz abbiamo una grande varietà di tecniche compositive.

Qual è il tuo metodo di lavoro quando sei tu a dover dirigere?

Personalmente prediligo mettere le persone in condizione di poter aggiungere, di poter creare insieme, non metto in campo un’idea definitiva. Ritengo importante che le differenze emergano, che si cerchi di creare un distinguo, che si persegua l’idea artistica e si rifiuti l’omologazione.

Pur tuttavia serve sempre ricordare che anche nell’improvvisazione serve che tutti i materiali esecutori abbia una visione chiara d’insieme, non vi deve essere caos ma unione di sforzi.

Come vedi il futuro del jazz?

Temo che purtroppo anche il jazz si stia omologando. Vi è una forte mitologia jazzistica che by Counterflix” href=”#85746324″> tende a far continuamente rivivere come stereotipi i jazzisti di sessanta anni fa.

Ritengo che si debba si guardare al passato, ai maestri, a coloro che hanno creato il jazz, ma che si debba al tempo stesso utilizzare la lente del cannocchiale della storia. Occorre quindi effettuare una lettura contemporanea e quindi dinamica degli eventi passati che sono ormai statici.

Non so quindi rispondere alla domanda su quale sia il divenire del jazz oggi in quanto manca l’idea compositiva della musica pur avendo il nostro tempo dei musicisti che per il percorso effettuato sono molto preparati.

Per fare un esempio concreto tornando al CD di cui si è parlato, vi è musica folkloristica, tribale, spiritual, ritual, canti popolari islandesi, vi è una visione sciamanica.

Possiamo quindi intravvedere nell’opera elementi evocativi ed al tempo stesso una vera e propria invocazione.

Chi si approccia all’ascolto troverà un’unione tra diverse culture. Partendo dall’Edda poetica, che è la tradizione mitologica del nord Europa che potremmo avvicinare ai miti omerici, tramite questa fusione di diversi apporti ha unito in sé la cultura europea classica.

È questa la vittoria del jazz: permettere l’incontro tra le diverse culture e per questa sua caratteristica ritengo che possa fare molto per la nostra società, per i suoi aspetti di partecipazione corale, educativi e sociali.

Saluto Roberto Bonati e lo ringrazio per la sua preziosa esposizione nonché partecipazione al mondo del jazz e concludo dicendo che mentre scrivevo questo articolo ho ascoltato il CD un paio di volte e che vi ho trovato e provato emozioni molto forti.

Da quasi uno spavento iniziale, un’angoscia, attraverso il canto in una lingua sconosciuta, i suoni e le armonie degli strumenti ho spiccato il volo e fatto un viaggio alla scoperta del mondo.

Ho sentito l’alternarsi di stili, di colori e sono tornate alla mia mente immagini di documentari scientifici e di carattere culturale, ma anche immagini tribali vissute direttamente nei miei viaggi, e ho veramente immaginato sul finale un’aquila che vola.

Grazie Roberto per questo prezioso contributo.

Isabella Grassi

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