Spazio al personaggio: Fabrizio e Luca

Incursione nel mondo dell’arte del Kendo attraverso le voci di due praticanti di questa antichissima arte giapponese

Salve a tutti!

Dopo un periodo di (meritatissima) vacanza torna tra noi la nostra splendida e preziosissima collaboratrice Isabella Grassi, la quale oggi, per la sua rubrica Spazio al personaggio compie una incursione nel mondo dell’antichissima arte del Kendo.

Buona lettura a tutti voi e buon viaggio nel Kendo:

Spazio al personaggio, una piccola incursione nel mondo della cultura, del teatro, dello sport, della musica e di quanto ci rende piacevole la vita, a cura di Isabella Grassi.

Oggi il mio viaggio affronta il mondo dello sport, o meglio nel mondo delle arti sportive: il Kendo.

Kendo - scene da un combattimento

Il Kendo è l’arte marziale giapponese per eccellenza, la scherma dei samurai.

Tutti noi fin da piccoli abbiamo visto questi incredibili guerrieri raccontati in tv o addirittura nel grande schermo, ma credo che pochi conoscano lo spirito di questa disciplina ed il significato che la circonda.

Si basa su tradizioni millenarie proprie della cultura nipponica e significa letteralmente “via della

spada”.

Non bisogna vedere il Kendo come una tecnica di combattimento, per lo meno non solo, ma come un percorso o meglio una via di crescita personale.

Il Kendo ha un approccio decisamente diverso dalle molte moderne attività sportive, votate all’agonismo più estremo, al risultato e che troppo spesso dimenticano il ruolo dell’educazione e della crescita dell’individuo.

Il Kendo è sport si, ma non solo. Come tutte le arti marziali, in special modo la spada che affonda le sue radici in tempi antichissimi, conserva lo studio delle buone maniere, della cortesia e della filosofia del combattimento, l’accettazione serena di una vittoria o di una sconfitta.

Ed allora  ci accorgiamo che la domanda iniziale se il Kendo sia uno sport o  una disciplina sia in realtà mal posta in quanto forse la domanda più giusta è: dove ci può portare?

Il concetto del Kendo è basato sì sulla  disciplina del carattere umano attraverso l’applicazione dell’uso corretto della Katana (spada a mezzaluna dotata di una lunga impugnatura) e vuole formare la mente ed il corpo in modo da ricercare sempre il perfezionamento di sé stessi, ma è altrettanto vero che attraverso la  sua pratica  tende ad un fine assai superiore: vuole insegnare ad amare il proprio paese e la società, contribuire allo sviluppo della cultura e  promuovere la pace e la prosperità tra i popoli.

Ma se questi sono i concetti che hanno accompagnato in passato il Kendo, viene da chiedersi come possa quest’arte sopravvivere ai tempi moderni.

Il Kendo aiuta ad allontanarsi dallo stress della vita quotidiana per concentrarsi esclusivamente sul maneggio coretto della spada, così da ritrovare il gusto per quei piccoli e preziosi momenti che ci rendono felici e liberi.

Quando si raggiunge la calma mentale e si armonizza con gli altri, la spada non è più mezzo per uccidere ma tecnica per far vivere, per permettere a sé stessi ed agli altri di continuare a vivere e così da strumento di guerra, il Kendo viene trasformato in strumento di pace.

L’obiettivo principale dell’insegnamento diviene quello di favorire l’unificazione della mente, corpo e shinai (la spada di bambù) attraverso l’allenamento di questa disciplina.

Il Kendo è uno “stile di vita” che le generazioni successive possono imparare insieme ed il cui obiettivo primario è quello di incoraggiare i praticanti alla scoperta e definizione della propria Via nella vita attraverso l’acquisizione della sua tecnica.

Io ho incontrato il Kendo qualche anno fa, quando mio marito ha incominciato a praticarlo, dopo anni di karate ha affrontato questa nuova disciplina.

Ho quindi fatto da testimone e lo affianco in questa nuova avventura.

Non nascondo una certa mia riluttanza, in quanto non ho mai amato le pratiche che comportano un combattimento, ma tutto sommato il vederlo sereno mi ripaga di ogni preoccupazione.

Non nascondo pur tuttavia una certa tranquillità nel fatto che comunque l’equipaggiamento oltre all’uniforme  che  consiste in una giacca di cotone rinforzato (Keiko-gi) e in una gonna pantalone con 5 pieghe (Akama), ha una armatura (Bogu), così composta: Men  (protezione per il viso), che è un vero e proprio casco protettivo per il volto, il Do (protezione per il ventre), il Tare (protezione per bacino e fianchi) ed il Kote (protezione per mani e polsi).

In pratica il mio supereroe è completamente protetto.

E poi naturalmente ci sono le spade, prevalentemente la Shinai che è la spada di bambu utilizzata nella pratica e nel combattimento, ma non va dimenticato il Bokken che è la spada di legno, utilizzata nella pratica e nei kata e chi non può adorare un uomo che usa la spada!

E’ un mondo veramente fuori dall’ordinario, dove ci si sente per un poco catapultati in un passato lontano, ma che forse ha ancora molto da dire.

Ho assistito di recente ad un allenamento, e non nascondo di aver provato un certo fascino ed una grande ammirazione, anche per il fatto che tra i praticanti c’era anche una giovane ragazza che non aveva nessun timore ad assaltare cinque uomini ma soprattutto a difendersi dai loro colpi.

Non sono riuscita in quell’occasione a realizzare l’intervista, perché il momento era troppo magico, e quella che segue purtroppo è stata realizzata in un momento successivo, spero però di essere riuscita a mantenere la sua magia.

Vi presento quindi il gruppo di Kendo di Parma, Mudo Kendo che da quest’anno pratica nella palestra Maxxus a Parma.

A rispondere alle domande saranno i due maestri: Luca Rovelli e Fabrizio De Amicis, che dopo alcuni rinvii, sono riuscita ad incontrare sempre in palestra, prima dell’allenamento.

Come ti sei avvicinato al Kendo e perché oggi quest’arte ha ragione di esserci?

Fabrizio un po’ emozionato nel fornire questa prima risposta, mi rivela che ad avvicinarlo a questa disciplina è stato il suo maestro, un monaco zen, che lo ha  fatto per illustrargli come il Kendo sia una delle possibilità educativa di pratica dello zen, che permette di imparare a conoscersi più in profondità.

Fabrizio sottolinea come la migliore definizione del Kendo debba ricomprendere il concetto di arte. Se infatti ci si limita ad inserirlo in ambito sportivo, il medesimo viene ad essere sminuito.

Il Kendo in quanto arte infatti deve e può essere praticato ad ogni età, diversamente dallo sport che in quanto competizione pone dei limiti alla sua praticabilità.  

Qual è l’anima del Kendo?

Luca fornisce questa risposta in continuità a quella di Fabrizio. Tiene infatti a precisare come a caratterizzare il Kendo sia la pratica costante, che deve tendere a migliorare i movimenti e le tecniche. Ci rivela come assistendo ad una esercitazione nel dojo si possa immediatamente percepire come la pratica serva a correggere gli errori.

Fabrizio aggiunge poi come non sia sufficiente la sola pratica, ma come questa debba necessariamente essere mossa dall’umiltà intesa come diritto all’azione, non come diritto a raccogliere i frutti del proprio agire.

Parlami  della tua associazione, com’è nata, dove pratica e cosa si prefigge.

Luca prende la parola per primo. L’associazione si chiama MUDO e significa “la via del vuoto”.

La scuola è stata fondata da Fabrizio insieme a Stefano, attuale proprietario della palestra Maxxus (Via Meazza 11/a, Parma), che al tempo ne gestiva un’altra.

E’ stato il primo gruppo a Parma a praticare questa disciplina, prima infatti c’era solo il maestro Fausto  Guareschi, con il proprio tempio Shobozan Fudenji a Fidenza (PR).

Fabrizio aggiunge come il Kendo si prefigga di portare la persona che lo pratica, ad una sufficiente libertà personale.

Luca incalza il maestro e replica che per il Kendo il modo di raggiungere tale libertà sia attraverso lo studio e  la pratica della scherma giapponese.

Ma Fabrizio ulteriormente precisa come il praticante debba necessariamente essere accompagnato in questo percorso dalla guida di un insegnante, e che le regole da seguire siano quelle dell’umiltà, della sincerità e dell’onestà, che permettono la crescita e la relativa trasmissione.

Da voi quale tecnica si pratica, o meglio ci sono scuole differenti di Kendo, e se si qual è la vostra e qual è la ragione che vi ha fatto fare la scelta?

Fabrizio scuote la testa, sconsolato, e spiega come finito il periodo dei samurai i giapponesi abbiano di fatto unificato gran parte delle tecniche istituendo le federazioni nelle diverse discipline e ciò ha portato fin dai primi del 900 ad un progressivo aumento dell’aspetto educativo e competitivo a scapito di quello artistico.

Ci si è così dimenticati che è l’arte ad aprire la mente del praticante. Ci si è così sempre più omologati, prendendo anche dalla scherma occidentale (ad esempio la battuta sulla pedana, che ne Kendo è stata introdotta proprio su imitazione delle scherma occidentale).

La risposta quindi alla scelta è la non possibilità di fare scelte, ormai tutte le tecniche sono sempre più finalizzate all’educazione che alla elevazione e crescita personale dell’allievo.

Cosa deve fare un aspirante samurai per venirvi a conoscere, e quali sono le domande che si sentirà fare da voi, e quali le risposte che gli darete?

Fabrizio non ama questa domanda, e lo evidenzia chiaramente con la sua risposta allorché rifugge il termine samurai. Afferma infatti come assolutamente chi si avvicina al Kendo non si deve sentire un samurai ma deve rimanere se stesso, e non verrà fatta nessuna domanda particolare, così come solitamente non si abbiamo neanche risposte da dare.

Luca preferisce ripetere  in via teorica i concetti già condensati nel brocardo: sincerità, onestà ed umiltà, mentre dal lato pratica dichiara come sia sufficiente contattare l’associazione via mail o contattare direttamente la palestra.

Come sono oggi i moderni samurai?

A questa domanda entrambi non rispondono, limitandosi a precisare come il nome samurai venga dal verbo samuro che significa servire. Poiché oggigiorno nessuno è disposto né a servire, né a morire od uccidere, si può quindi tranquillamente affermare che non esistano ai nostri tempi moderni samurai.

La spada è l’arma del Kendo, ma quali altre armi sai usare e ritieni affini al tuo vivere le arti marziali?

Fabrizio sorride, e risponde in maniera alquanto imprevedibile.

“L’unica arma che mi auguro di saper usare è la testa”.

Così si chiude questa mia panoramica nel Kendo, e mentre i moderni samurai si avviano verso gli spogliatoi per prepararsi alla pratica, io recupero la mia moleskine, la ripongo in borsa, e mi avvio all’uscita.

Isabella Grassi

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