Il lamento della Medusa nuovo libro per Anna Cibotti

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Il lamento della medusa è una raccolta di versi e racconti, vecchi e nuovi, spolverati e creati per essere riuniti in un’unica storia. Lo spirito e il mistero che li avvolgono sono l’essenza stessa di ogni singolo personaggio o avvenimento, divisi come i capitoli di un romanzo che cambiano ogni volta la scena, ma fanno parte della stessa commedia

 

RECENSIONE di Laura Corsini

La raccolta di racconti di Anna Cibotti è composta da brevi “dipinti” di contenuto vario. Vi troviamo un omaggio a Ravenna e ai suoi mosaici, oppure la delicata e struggente storia di un’amicizia o ancora descrizioni di incubi che prendono forma e corpo. Queste brevi narrazioni sono piccoli camei indipendenti, anche se in qualche modo legati, che si possono leggere in fila o in ordine sparso, ma che hanno la completezza, e a volte la complessità, di un romanzo.

Anna Cibotti è una ravennate e Ravenna, un po’ come Volterra, è una città in cui si respira il mistero, dove il silenzio si mescola a voci sommesse e dove l’arte antica resuscita, riprende vigore per raccontare storie nuove. E Anna, non solo scrittrice ma anche pittrice, si lascia trascinare da questa corrente, la fa entrare dentro di sé e fa così nascere i suoi racconti e le sue poesie. Ogni testo, accanto a sé, possiede una sua lirica in un connubio che è fecondo scambio perché la poesia dona musica e sentimento alla prosa e questa, di rimando, aiuta a capire l’ermetismo dei versi.

Alcuni di questi racconti hanno un sapore di mistero, di inquietudine, ad accompagnarli.
Già il primo, che dà il titolo alla raccolta “Il lamento della medusa” (David and Matthaus, 2014), ha il gusto acre dell’incubo e sembra quasi di sentirla echeggiare, quella voce della medusa che è agonia e morte, ma, allo stesso tempo, grido di vendetta.

Un brano che mi è piaciuto molto è Il viaggiatore. Questo racconto di un viaggio nell’incubo, verso una paese con abitanti da film horror, mi ha fatto pensare alla canzone Hotel California, così inquietante, che non lascia via di scampo e che fa rotolare il protagonista da una tiepida normalità a un’agghiacciante e inesorabile trappola. Dal brutto sogno non ci svegliamo, perché il diabolico e il maligno, presenti quasi ovunque fra queste pagine, in ordine sparso, prendono il lettore alla gola, lo strangolano, gli fanno accelerare il battito.

Ho sentito una serpeggiante inquietudine invadermi mentre leggevo La candela nera, oppure L’impronta, o ancora Ossessione o, infine, L’artista. Sono le immagini del migliore Hitchcock, di quelle storie brevi in bianco e nero che dirigeva, intrise di quel male in sordina, raccontato in maniera tranquilla e pacata, che è più ferale del male gridato e che, da bambina, guardavo con la schiena contro il muro e le mani pronte a coprire occhi e orecchie.

Sono quadretti brevi, a volte brevissimi, tracciati con una lingua semplice ma efficace, che va al sodo e nulla sconta al lettore nella sua minuzia certosina. Le sensazioni si percepiscono sulla pelle come bruciature e chi legge si ritrova a guardare da un finestrino, come il viaggiatore dell’autobus numero 7, terrorizzato spettatore di tante tragedie che lo attendono al capolinea. Ma non sono tutti thriller, alcuni recano lo struggimento della nostalgia e a qualcuno è regalato il lieto fine: fra questi Nostalgia, Il sogno di Kemal e Matrimonio in basilica.
A dimostrazione che Anna Cibotti non si fossilizza, ma lascia spaziare la sua capacità espositiva, pur concentrandosi di più sulla materia che appare esserle più cara.

I tuoi racconti sono dei classici del noir ma delicati, senza cose orribili… C’è un grigio diffuso, che toglie serenità, qualche punta di nero che spaventa e qualche flebile luce di speranza.

Ciro Pinto

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