Review: Tao Te Ching

Tao Te Ching
Tao Te Ching by Lao Tzu
My rating: 5 of 5 stars

Devo farvi una confessione: io sono un emerito ignorante in tema di filosofia e quindi, pur se “Il libro del Tao” mi occhieggiava ormai da parecchio tempo dagli espositori dei libri in Super-offerta editi dalla Newton Compton, io ne avevo un sacro timore e l’ho sempre, sistematicamente ignorato. Poi, ieri, vincendo i miei timori, o quantomeno gran parte di essi, l’ho preso in mano e, leggendo la quarta di copertina, ne sono stato incuriosito.
Incuriosito mi sono convinto ad acquistarlo.
Cos’è stato ad incuriosirmi?
Visto che siamo in tema di confessioni eccovi la seconda in merito “Il libro del Tao” di Lao-Tzu. A destare la mia curiosità è stata la leggenda legata a questo libro, ossia che l’autore l’abbia scritto per pagarsi il passaggio di frontiera mentre stava lasciando la Cina. Le cose sono andate a questo modo, almeno stando a quanto mi è stato dato di conoscere. Come detto l’autore, il filosofo Lao-Tzu, era in cammino per lasciare la Cina quando, giunto alla frontiera, il “doganiere”, per usare un termine forse più adatto ai giorni nostri, ha, come d’altronde è abbastanza normale che sia, esigito che Lao-Tzu pagasse un pedaggio per poter passare la frontiera. E così il filosofo, evidentemente sprovvisto della cifra richiesta, scrisse “Il libro del Tao“, libro “sul significato della vita e della virtù“, suddiviso in due parti, per “pagarsi il passaggio” della frontiera.
Per quel che è la mia opinione di persona ignorante in materia di “Pensiero Profondo” e “Amore per il Sapere” con “Il libro del Tao” il vecchio saggio il pedaggio l’ha pagato largamente.
Ve ne consiglio la lettura e vi consiglio, nonostante si tratti di un testo di poco più di 100 pagine che fa venire la tentazione di divorarlo in poche ore (come, d’altronde ho fatto io), leggetevelo con tutta la calma possibile ed assimilatene i contenuti o, se proprio non riuscite a resistere alla tentazione di divorarlo, una volta terminata la (prima) lettura non riponetelo per dimenticarvene ma tenetelo a portata di mano e riprendetelo di tanto in tanto, stavolta con più calma!

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Review: Norwegian Wood

Norwegian Wood
Norwegian Wood by Haruki Murakami
My rating: 5 of 5 stars

Un romanzo intenso e bellissimo. Molto personale e scritto in una maniera che avvolge il lettore trasportandolo dentro un mondo fatto di atmosfere coinvolgenti. Un romanzo in cui non manca certo il dolore ed in cui il protagonista, Watanabe, da sempre abituato ad essere parte di terzetti, lui Naoko e l’amico Kizuki; lui, Nagasawa e la ragazza di Nagasawa Hatsumi; lui, ancora Naoko, stavolta in veste di paziente di una specie di clinica per disturbi di carattere nervoso e Reiko, la compagna di appartamento di Naoko alla clinica, quando si trova ad essere uno dei due protagonisti di un legame a due con la “viva” e presente Midori, una ragazza decisamente non convenzionale e fuori dagli schemi all’apparenza ma che, in fondo altro non chiede che di essere felice e di renderlo felice, si troverà spaesato.
A limitare Watanabe è il proprio senso del dovere che, a voler ben vedere, anche nel suo rapporto con Midori lo rende membro di un ultimo terzetto, nel quale “terzo incomodo” stavolta è il ricordo, o forse meglio “la presenza”, di Naoko, ragazza alla quale Watanabe si sente legato e nei confronti della quale egli è convinto di avere delle responsabilità ben precise; responsabilità che lo limitano e gli rendono impossibile essere davvero felice.
In “Norwegian wood”, a voler ben vedere, alla fin fine, Watanabe è, come direbbe Stephen King, l’unico a restare indietro. Kizuki, Naoko e, a vicenda finita, Hatsumi, vanno avanti sia pure scegliendo la via drammatica e definitiva del suicidio; Nagasawa, con il suo apparente cinismo, va avanti realizzandosi nella propria professione; perfino Reiko, pur nella sua “imperfezione” e fragilità, non dimentichiamoci che anch’essa era stata ospite, come Naoko, della clinica, o meglio della “comune” per la cura di malattie di carattere nervoso, una volta uscita di là e tornata nel mondo, riesce ad “andare avanti”.
Solo Watanabe, pur ormai liberato da tutti i fardelli e all’apparenza ormai deciso a farsi una vita felice con Midori, viene fotografato nell’ultimo “fermo immagine” del romanzo, sperso in una cabina telefonica della stazione ferroviaria dove ha accompagnato e salutato Reiko.
Su “Norwegian wood”, come d’altronde è giusto che sia, ho avuto modo di raccogliere svariati commenti e pareri ma a me personalmente è piaciuto infinitamente e mi ha lasciato, una volta terminato, il desiderio di riprendere la lettura, questa volta di una copia del romanzo non da rendere alla biblioteca ma mia personale!

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Review: The Vicar of Nibbleswicke

The Vicar of Nibbleswicke
The Vicar of Nibbleswicke by Roald Dahl
My rating: 5 of 5 stars

Con questo breve e divertentissimo racconto Roald Dahl, autore conosciuto in tutto il Mondo per romanzi come “Il GGG” e “La fabbrica di cioccolato”, affronta un tema delicato quale quello della dislessia.
Il verde-nero Tre Borsette, o meglio il Reverendo Robert Ettes, soffre di particolari tipi di dislessia che lo portano a pronunciare male alcune parole, alcune invertendole altre anagrammandole, con risultati bizzarri.
Come quando si rivolge a Miss Ines Yeb, un’anziana signora seria e impettita, chiamandola “Miss Bey Seni” o quando, sempre a Miss Yeb fa i complimenti per il suo bell’acne e per come questi faccia alla perfezione la rugiada (oggetto dei complimenti sono, in realtà il cane di Miss Yeb e la sua abilità di far la guardia).
Queste ed altre “scenette” disorientano i nuovi parrocchiani del verde-nero Tre Borsette che, pur riconoscendolo come un innocuo giovane sacerdote, non sanno spiegarsi questi suoi atteggiamenti. Questo fino a che il medico del paese di Nibbleswicke, così si chiama il villaggio le cui anime sono sotto la responsabilità del giovane Reverendo, non scopre la causa di quel linguaggio bizzarro e non fornisce al povero Reverendo una terapia, altrettanto bizzarra.
Per sapere quale sia questa terapia godetevi il racconto del Grande Roald Dahl; racconto i cui proventi andranno interamente all’Istituto londinesi per la cura della Dislessia.

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Review: I, Richard

I, Richard
I, Richard by Elizabeth George
My rating: 5 of 5 stars

Raccolta di racconti oscillanti tra il giallo classico e il giallo storico, con tocchi di mistero e grottesco “Un omicidio inutile” porta il lettore in un viaggio all’interno del più raffinato talento narrativo contemporaneo nell’ambito della Letteratura poliziesca.
Attraverso le cinque storie che compongono “Un omicidio inutile” l’autrice ci fa spaziare da un omicidio misterioso compiuto durante una visita guidata ad un antico maniero nella campagna inglese; ad un omicidio compiuto per un equivoco da un marito geloso della giovane moglie; ci fa inoltre fare la conoscenza con un’anziana signora russa con degli strani amici; ci guida attraverso la vita, per larga parte se non interamente, anche se a giusta ragione come si vedrà nel finale del racconto, inventata di un ricercatore in ambito farmaceutico. Infine, con l’ultimo racconto, quello che da il titolo all’intera raccolta, il talento di Elizabeth George ci porta a ripercorrere alcune delle tappe della Storia inglese e a guardare sotto una luce diversa una delle figure più controverse della Monarchia inglese: quella di Riccardo III.
Senza alcun dubbio una lettura consigliata per poter gustare cinque storie avvincenti e affascinanti e poter apprezzare l’enorme talento narrativo di Elizabeth George.

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